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Calzi, la Dakar del pilota "angelo custode"

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 Roberto Longoni

La polvere. Odiata a Parma, tanto che non se ne trova un grano in quella clinica della meccanica che Stefano Calzi chiama officina (alla Crocetta la seconda della MotorTecnica: la prima è a Berceto). Qui, tra gli altri, un Mercedes 2635, il camion che ha fatto  la storia della Parigi-Dakar, un Mercedes più piccolo, una Fiat Dino Spider e una Nissan «che ha fatto l'Argentina con Matteo Marzotto» poggiano le ruote su un pavimento rosso che sembra un tappeto. Un asettico lindore. E poi, nelle parole e nei sogni,  la polvere  inseguita in capo al mondo, sulle rotte infinite della sabbia. Piste che per una trentina d'anni, fino al 2007 hanno portato a Dakar. Piste che tagliano il Sudamerica dal 2009,  da quando il terrorismo ha calato la bandiera a scacchi del kalashnikov sul rally più avventuroso. Amata polvere, che profuma di motori, fatica e lontananza e disegna maschere sui volti. Calzi ne ha fatto il pieno. Dieci partecipazioni, dieci arrivi: dieci vittorie, perché qui l'importante è guidare il camion fino al traguardo. E Calzi lo ha sempre fatto, anche tra i primi. Ogni volta, puntualmente, alla fine della  Dakar, ha detto basta. Che per eco ha avuto sempre un «ancora». Questo è l'undicesimo.  Domattina, il meccanico-pilota bercetese partirà per Buenos Aires. Laggiù lo attende il Man 4 x 4 con il quale pigiare l'acceleratore (è a sua volta in gara) e a volte il freno, per prestare assistenza ai piloti della Mitsubishi Rally Art Italia. Un angelo custode «in sella» ai 450 cavalli del camion 559.  Il primo gennaio, la partenza da Mar de La Plata: con il navigatore Umberto Fiori, per  risalire le Ande, fino a Lima (l'arrivo il 15 gennaio), con una carovana che conta 188 moto, 173 auto, 76 camion e una trentina di quad. Questo il  menu quotidiano: anche con la partenza alle 8, sveglia  alle 5, imposta dalle moto, che iniziano presto ad accendere i motori, frullando le orecchie al campo intero. «Fai colazione, torni alla tenda per richiuderla con il sacco a pelo e la branda. Assicuri tutto sul camion con le cinghie, perché se no ti vola chissà dove. Intanto, il navigatore recupera Road Book e codice Gps. Metti in moto e vai verso lo speciale, il tratto cronometrato tra i 4 e i 700 chilometri. E per concludere magari ti tocca un trasferimento di altri 3-400». Per pranzo? I biscotti pescati da un sacchetto accanto al sedile. Fondamentale, ogni giorno, bere almeno 4 litri d'acqua. «Specie in quota: li ricordo bene gli 80 chilometri ai 4.800 metri d'altitudine del passo San Francisco». Con il mal di montagna che toglie il fiato a piloti e motori. Te lo domandi eccome, chi te l'ha fatto fare. Specie quando è buio pesto e chiedi al navigatore quanto manchi. Lui ti risponde “400 chilometri”. E tu sei lì che non ce la fai più. L'avventura si misura anche in chili. Persi. «Dai 7 ai dieci per ogni Dakar» sorride Calzi. E in chilometri, ovviamente: e qui se ne collezionano novemila. Deserti, pampas, dune peruviane. Sabbia, rocce affilate  e aria sottile. Calzi è partito da lontano, per arrivarci. Figlio d'arte, nipote d'arte. «Alle elementari, il pomeriggio lavavo i pezzi delle jeep Willys per il nonno Luigi nell'officina al Poggio». Poi, con il padre Paride. All'Ipsia riparatori auto, le lezioni e lo smontaggio dei motori per lui erano ripassi. Ora, con i suoi 42 anni, è uno dei meccanici della generazione di mezzo: a cavallo tra il prima e il dopo l'avvento dell'elettronica. Il suo ingresso nel mondo delle corse risale al 1984, con la preparazione delle Pajero del campionato italiano Tt, poi con il campionato Baja europeo. «Ho conosciuto un po' di gente.  Così sono stato ingaggiato come meccanico dalla Nissan per la mia prima Parigi-Dakar, a bordo di un aereo d'appoggio. Nel 2000, ho preparato un Nissan Patrol  per due amici piloti di Courmayeur. Io ero sul camion appoggio». L'auto andò fortissima. Neanche una rottura. «Il mese dopo avevo già un nuovo contratto». Nel 2001 l'inizio dell'amicizia con Paolo Barilla («Uno che per un pilota ha il vizio di fermarsi un po' troppo spesso a soccorrere gli altri» sorride Calzi). Non si sono mai visti a Parma: s'incontrano nel deserto. «Paolo e Marzotto erano bloccati da un guasto, vicino al passo di Nema, in Mauritania. Ho provato a trainare il loro camion, ma serviva più potenza. Così, ho lasciato acqua e cibo, promettendo di cercare aiuto. Arrivato al campo a notte fonda, ho trovato qualcuno che avesse il camion adatto per il soccorso e ho trattato per limitare i danni. Il giorno dopo, il loro camion è stato recuperato». Da allora, è Calzi a preparare i mezzi per le corse di Barilla. Che quest'anno non partecipa, perché il nome, Dakar, sarà sempre lo stesso,  ma tra l'originale e la corsa attuale c'è di mezzo l'oceano.  «L'Africa è l'Africa - allarga le braccia Calzi -. Basti pensare ai colori, alla gente ai lati della pista con il vestito della festa, alla sensazione di libertà assoluta. Attraversi un vero altrove rispetto alla nostra vita quotidiana. In Sudamerica la gara è tostissima, ma non si stacca davvero dalla realtà: s'arriva sempre vicino ai centri urbani». Ma il tempo per subire il loro influsso è poco. Nella Dakar sudamericana, i  giorni iniziano presto e finiscono tardi. E  la pista della libertà rasenta spazi fuori dal mondo. Ore e ore di corsa tra la sabbia e la polvere. A seminare nuvole come scie di comete.

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