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Pizzorni, la partita contro la Sla del mediano che non si è arreso

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 Roberto Longoni

Un eterno mediano, Brunetto Pizzorni. Sempre nello spicchio di campo dove si fa il gioco, in prima linea: uno che la sua partita l'ha combattuta fino in fondo. Anche quando un arbitro piovuto da chissà dove ha  deciso che per lui, sessantenne, non fosse più tempo di lavorare con gli amici, di allungare una carezza alla moglie Laura o un sorriso ai figli Matteo e Anna Lisa, alla mamma Lisetta, alle sorelle Cesarina e  Patrizia. Niente più corse tra un impegno e l'altro né scherzi né sfide con chi gli scarpini al chiodo non li appende nonostante i capelli bianchi. Niente più palleggi improvvisati  con il «fido» pallone tenuto nel bagagliaio dell'auto. Nel  2003, la diagnosi: una sigla breve per un lento e spietato calvario. Pochi mesi dopo, l'inizio della pena: immobile a letto, attaccato a un respiratore e a cannule e tubi, tra allarmi pronti a scattare. Amava il calcio, Pizzorni, e a portarlo via è stata la Sla, che per questioni di notorietà è stata definita «la malattia dei calciatori», ma che ovviamente colpisce anche chi non ha mai calcato un rettangolo di gioco. Otto anni vissuti da lottatore, fino al pomeriggio del 22 dicembre, quando il cuore s'è fermato e il respiratore meccanico ha esalato l'ultimo sbuffo nella stanza al piano terreno di una casa di via Cremonese trasformata in ospedale. Sa di crudeltà doppia il destino di Pizzorni: una patologia che paralizza chi non è mai stato fermo. «Vitale, pieno d'energie, sportivo» lo ricorda la mamma novantenne. «Un uomo disponibile, con un cuore così». Nella mente di Lisetta scorrono ricordi di quel figlio appena sepolto in una cappella del cimitero di Valera, in faccia al sole. Ai suoi occhi è tornato il ragazzo di un tempo. «Non muovendo più i muscoli del volto, gli erano sparite le rughe d'espressione» mormora, indicandolo nella foto di una delle sue squadre: «Ecco, aveva di nuovo questo viso». Le avevano spiegato che Brunetto come calciatore avrebbe fatto strada. Ma sarebbe stato comunque un azzardo, e in famiglia c'era bisogno di impegno concreto e immediato. Così, Brunetto s'accontentò di maglie più facili da indossare: della Giovane Italia, del Fontanellato e infine della Latteria 65.  Più che i piedi servivano le sue mani. Così diventò antennista, riparatore di televisori per il negozio di famiglia, di elettrodomestici in via D'Azeglio («Quanti apparecchi sistemati, quanti tetti scalati»). La strada, semmai, la fece con la sua Fiat 850 coupé, di notte, per portare gazzette in Versilia d'estate. Così mise  insieme i risparmi per l'anello di fidanzamento per  Laura, la donna che sarebbe stata fino alla fine con lui in una partita maledetta, nella quale è facile sentirsi fuorigioco, senza una vera squadra alle spalle. «Materialmente - dice la sorella Cesarina - ci hanno dato tutto: due respiratori, le macchine per aspirare, per nutrire, per somministrare l'ossigeno, il sollevatore, due carrozzine, le cannule e il cibo e i pannoloni, l'assistenza delle infermiere due o tre volte alla settimana e del fisioterapista». A mancare, semmai è stato il «fattore umano», la presenza di chi non faccia sentire sole le famiglie. «Che hanno bisogno di supporto psicologico, di qualcuno in grado di sollevarle dall'impegno diretto anche solo per poche ore ogni tanto» aggiunge la sorella Patrizia. E invece, prosegue Linetta, «non ci sono strutture adatte e ci troviamo a onorare soprattutto Orazio Gibilras, unico tecnico dell'Asl in grado di seguire davvero i 40 parmigiani malati di Sla». Una malattia ancora ignorata da molti, al punto che ci volle un impiegato più solerte di altri, per stabilire, libro alla mano, che per essa era previsto l'esonero delle spese. A Pizzorni l'avevano appena diagnosticata. Era il giugno del 2003, quando sotto il suo nome, dopo mesi di mal di schiena, vide quella sigla messa nero su bianco da un neurologo. «Lui pensava che fosse stato un movimento sbagliato a procurargli i dolori» ricorda la madre. Era anche rovinato a terra da una sedia, e non poteva sapere che la caduta non era la causa, ma la conseguenza del  suo male. Poi, nell'agosto, un'altra caduta, all'indietro, mentre apriva la porta della ditta Cerit, fondata con i soci una trentina d'anni fa (poi, era venuta anche la videoteca di via La Spezia, nella quale un tempo, finito il primo lavoro, si trovava a distribuire film fino alle 22). «Non si riprese più - prosegue Cesarina -. Prima perse l'uso delle mani, poi delle gambe:  ogni giorno gli portava via qualcosa. Nel maggio del 2004 subì anche la tracheotomia». E immobili si ritrovarono anche molti amici, che non riuscivano a vederlo così. Fu la famiglia a fare quadrato, a iscriversi all'Associazione sostegno invalidi e anziani «che ci portava a fare fisioterapia a San Secondo». Quando Pizzorni perse anche la parola, rimase un foglio trasparente con le lettere dell'alfabeto di fronte al quale muovere una palpebra. «Ma ci sono presidi che permettono di alleviare l'isolamento, computer speciali» ricorda Patrizia. Perché l'isolamento diventa il male peggiore, in una malattia «che ti spegne il corpo, ma non il cervello». Per questo, il fattore umano è così importante. Per non arrendersi o dare vigore a chi vuole lottare. Come Brunetto, che il 29 aprile s'era fatto operare di cataratta. «Voleva seguire il calcio in  tv. Per questo poco prima di morire aveva fatto fare una modifica all'impianto, per poter vedere più partite». E magari immaginarsi di nuovo in mezzo al campo, con la forza della mente, a giocare anche quella partita. 

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