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Opinione - La città funestata da orribili omicidi

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Rosangela  Rastelli

1. Ultimamente la nostra bella Italia di poeti, santi (?)  e soprattutto di “ latin lovers” e anche la nostra Parma, generosa e ombelico del mondo, sono state funestate da notizie di omicidi di donne, mogli, figli, amanti, ex amori… e anche  di suicidi-omicidi. La nostra “Gazzetta” più volte  insanguinata, già in prima pagina, e ferita nella sua parmigianità del buon vivere, a misura d’uomo. Schiere di psicologi si sono gettati a capofitto, nelle più svariate interpretazioni  fra norma  e patologia (esemplare quella recente di Cesare Piccinini). Ma quello che ha maggiormente colpito gli aficionados della tv sono state le parole urlate con rabbia e tanta ironia dalla giornalista Barbara Palombelli  in una trasmissione di “Quarto Grado”. Si discuteva e si facevano ipotesi su due casi di mariti (Salvatore Parolisi e Renzo Dekleva) indiziati dell’uccisione della moglie e qualcuno dei presenti  azzardava l’ipotesi che, talvolta, gli uomini uccidano le proprie compagne di vita o perché incapaci di decidere, in situazioni “forbice” di dicotomia o, invece, perché le ritengono incapaci di sopravvivere a tradimenti, separazione, abbandono, divorzio ed anche a crisi economiche o a gravi malattie. Si cercava, insomma, di far passare efferati delitti in una specie di “eutanasia della sofferenza  da distacco”, di altruismo, cioè, e di grande tormento per la sofferenza della fedele abbandonata, delusa, piuttosto che a causa del proprio feroce egoismo ed incapacità a fare scelte definitive, nette. Uomini che  perciò ,in molti casi, si trasformavano in professionisti della bugia dalla doppia personalità e dalla doppia vita. A questo punto della discussione, la Palombelli era letteralmente scoppiata in un  «…ma per favore, signori uomini, separatevi, divorziate, che diamine… ammazzatevi pure, se proprio lo volete, ma non cercate soluzioni nell’omicidio e, soprattutto, lasciate stare noi donne.   Non preoccupatevi per noi perché a noi ci pensiamo  noi! State tranquilli che noi sapremo  ri-prenderci, sapremo sopravvivere alle delusioni, riusciremo a rivivere. E’ un atteggiamento presuntuoso, di  onnipotenza e mania di grandezza maschilista quello  di ritenersi  indispensabili alla vita degli altri (compresi i figli…), della propria donna…, ma per carità,  lasciateci in pace…».
Si era meritata un applauso al femminile, sicuramente anche quello, invisibile, delle spettatrici lontane, riscattate (dalle sue proteste), da donne oggetto e proprietà dell’uomo a  donne  “pensanti e libere”. Aveva rappresentato, in  poche semplici parole, lontane da elucubrazioni  psicosociologiche, tutte le donne vittime di violenza.
2.  E’ assodato, dibattuto e risaputo ormai che, in questa epoca del precariato e crisi del tutto (anche dei sentimenti), sono soprattutto i giovani ad uccidere, incapaci di superare un rifiuto amoroso che dà il colpo di grazia alla loro traballante autostima.
3. C’è anche, però, chi uccide i figli (che non sia una vendetta per vendicarsi della moglie?) o perfino gli animali di casa, sempre con l’autogiustificazione,  un po’ più nobile, appunto, di averlo fatto perché loro non riuscirebbero a cavarsela da soli. Ci viene il dubbio che sia, invece, almeno nel caso di omicidio-suicidio per un estremo amor di sé, per la paura di morire da soli o per una forma di giustizialismo vendicativo del tipo “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
4. Le verità dell’animo umano e le azioni degli uomini sono molte, opposte,  incomprensibili, insondabili e, spesso, rivelano, come dice Cesare Piccinini,  disturbi nascosti della personalità, da non catalogare, quindi, come risultato scontato, prevedibile e ripetibile di particolari situazioni esterne, di frustrazione esistenziale o di crisi contingenti, globali o occasionali.
5. Nel nostro ultimo passato di guerra e dopoguerra si è avuto l’esempio di tante donne rimaste sole, abbandonate, vedove   che si sono rimboccate le maniche, hanno ripreso in mano le loro vite e sono riuscite a salvare se stesse e schiere di figli anche se, allora, non esistevano tanti enti sindacali, assistenziali ed aiuti come oggi. Si è sentito raccontare, raramente, che qualcuna di loro si sia uccisa e men che meno che abbia ucciso i propri figli. La disperazione totale non è nel Dna delle nostre nonne e quindi delle donne italiane. Le nostre  donne possono soffrire, lamentarsi, gridare, piangere, prendere tranquillanti, morire dentro, perfino desiderare la morte ma, alla fine, sanno risorgere.  Sanno ricominciare a sperare. Perciò,  signori uomini, non toccate le donne…

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