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Da Pantani al giornalismo che cambia. Gianni Mura: noi di "E", così diversi

Da Pantani al giornalismo che cambia. Gianni Mura: noi di "E", così diversi
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Claudio Rinaldi

Hanno un'ambizione, essere diversi. E la prima differenza è l'occhio con il quale guardare le notizie: da scegliere, da proporre, da scrivere. «Non più bravi, diversi», garantisce Gianni Mura, il direttore di «E», il mensile di Emergency che compie un anno di vita in questi giorni. «Compleanno» celebrato l'altra sera al Fuori Orario, in un'affollata cena-incontro: stimolato dalle domande di Franco Bassi e del pubblico, Mura ha parlato di «E» e di giornalismo, di calcio e di ciclismo, di doping e di Pantani. Strappando applausi come neanche uno degli eroi dei quali racconta le imprese sportive.

 Quasi cinquant'anni di giornalismo alle spalle e un esercito di fedelissimi lettori che non perdono un appuntamento con i suoi pezzi: che siano i «Sette giorni di cattivi pensieri» domenicali su «Repubblica» o la recensione di un ristorante sul «Venerdì», il commento alla domenica calcistica o la cronaca di una tappa del Tour, quello che affascina è la prosa unica, ricca ma mai barocca. La generosità verso il lettore. L'abilità da giocoliere della parola. E non parliamo dell'attesa per il nuovo romanzo, dopo il successo di quello d'esordio, «Giallo su giallo», 45mila copie vendute. (Avviso ai naviganti: entro l'anno il commissario Magritte tornerà).

Un anno di «E»
L'idea è stata di Gino Strada. «Io ho cercato in tutti i modi di fargliela cambiare, ma alla fine l'ho cambiata io. La premessa era giusta: tira una brutta aria, in Italia. Serviva un mensile – insisteva Gino – per fare circolare una cultura di pace, per parlare di cose di cui i giornali non parlano. Io non vedevo il pubblico, però. Ho cambiato idea quando Saviano, da Fazio, ha incollato dieci milioni di spettatori al video, lui che non è Albertazzi né Gassman né Carmelo Bene, parlando di camorra. E' vero, c'è un'Italia alternativa, per fortuna».
E così, dopo aver rifiutato tante proposte di promozioni e qualifiche (è uno nato per scrivere, Mura, non per comandare), si è ritrovato direttore. «Mi è piaciuta l'idea di investire sulla carta e sulla parola scritta». Quindi, andare controcorrente. «Beh, assistiamo da tempo a una deriva del giornalismo, che è coincisa con la scarsa fiducia degli editori nella parola scritta. Quando un giornale vara una riforma grafica, dieci volte su dieci, cento su cento, vuol dire fare titoli e foto più grandi e dare meno spazio agli articoli. Noi facciamo il contrario: puntiamo a fare un bel giornale, dando spazio a belle foto – almeno un bel servizio fotografico a numero – ma soprattutto valorizzando la parola scritta».
Una redazione «entusiasta», garantisce Mura. Tante rubriche fisse: un monitoraggio dei morti sul lavoro, i casi di violenza casalinga sulle donne, i morti di tutte le guerre («vere, presunte, mai dichiarate»), ma anche due pagine fisse di buone notizie. Tante inchieste: sull'ultimo numero, il ventennale della guerra in Bosnia. Tante storie. Tanti collaboratori di prestigio. «Ci possiamo permettere un giornale così ricco perché tanti collaboratori, amici nostri e amici di Emergency, lavorano gratis. A cominciare da Camilleri, che ci ha “regalato” un lungo racconto inedito».

Ciclismo e doping
Si può vincere – chiede uno spettatore – una Parigi-Roubaix e un Tour andando a pane e acqua? Sospiro. «Una Parigi-Roubaix, sì. Un Tour, non so. Però mi fido di Alfredo Martini. Lui dice di sì, se uno facesse la vita da corridore che faceva lui: se uno tiene molto in ordine il motore umano, non ha bisogno di additivi chimici».
 Al Tour, Mura è affezionato come a nessun altro evento sportivo. Il primo lo ha seguito da inviato della «Gazzetta dello Sport» nel '67, a 22 anni. Poi, dal '91, è tornato a fare il «suiveur» per «Repubblica». «Una volta partivo con entusiasmo, come se stessi andando in vacanza. Adesso è un po' diverso: parto come se andassi a trovare un vecchio parente, malato e un po' rincoglionito, che non mi sento di lasciare solo. Questo da qualche anno, soprattutto da quando non c'è più Pantani».
Gira e rigira, il problema di un giornalista che scrive di ciclismo è soprattutto il doping. «Scrivo con il freno tirato. Per forza: non puoi sapere se un'impresa è un'impresa vera, o se dopo tre giorni l'autore dell'impresa viene beccato. E' più complicato. Però, nonostante tutto, il ciclismo dà grandi emozioni e resta la disciplina che offre la possibilità di scrivere le cose migliori. Perché c'è la corsa, c'è il paesaggio, ci sono le storie».

Nostalgia di Pantani
Era diverso da tutti gli altri, Pantani. A cominciare da come parlava («Usava una lingua diversa, quasi dannunziana»). E soprattutto per come correva e come vinceva. «E' il come, più che il quanto. Ha vinto in tutta la carriera le corse che Merckx vinceva in una stagione. Ma la gente si ricorda ancora le sue vittorie, c'è gente che le ricorda tutte. E' per il suo modo di correre, per il suo essere un fenomeno nazional-popolare. Perché diverso dagli altri: gli altri, sotto sforzo, cercano di mascherare la sofferenza: lui no, lui la esibiva. Gli altri, quando attaccano in salita, non lo fanno mai dalla posizione di testa, per avere l'effetto sorpresa. Lui no: lui aveva un rituale, quasi per avvisare gli avversari, ed era il suo spogliarsi. L'impermeabile, la bandana, il cappellino, a Montecampione anche l'orecchino».  «Ho imparato alle elementari che l'ermellino è talmente affezionato alla sua pelliccia tutta bianca che appena ha una macchia si lascia morire. Ecco, quando è morto ho realizzato che Pantani era  un ermellino, anche se nessuno l'aveva capito».
«Gli sarebbe bastato pochissimo, per essere ancora vivo: per esempio, accettare una pausa di 15 giorni. La cosa più paradossale, nella sua vicenda, è che tecnicamente non è mai stato trovato drogato. Sì, c'era un ematocrito a 52 e rotti che è indice di assunzione di Epo, però tutti gli esami che Pantani ha fatto li ha passati». «Quando ho saputo che lo avevano beccato a Madonna di Campiglio è stato come prendere un pugno in faccia. E quando ha fatto la fine che ha fatto – in pratica, un suicidio durato più di quattro anni, tecnicamente – mi sono sentito come se fosse morto un parente. Anche con un certo senso di colpa: non per quello che avevo fatto, per quello che forse avrei potuto fare. Ma questo dovrebbe riguardare anche tanta gente che gli era vicina più di me e che non lo ha aiutato». Applausi, commozione.

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Caratteri rimanenti: 2500

  • ricky

    14 Aprile @ 12.30

    bravi, bella iniziativa, certamente darete lo stesso spazio a tutti gli altri ospiti del Fuori Orario

    Rispondi

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