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Bertoli: "Oltre 130 firme irregolari ma di quella di Galli non so nulla"

Bertoli: "Oltre 130 firme irregolari ma di quella di Galli non so nulla"
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 Georgia Azzali 

«Spiegherò tutto al magistrato.  Allora si capirà perché, nei giorni scorsi,  nella mia nota parlavo di  incidente di percorso. Mi sono assunto le mie responsabilità in quel documento, ma della firma di Galli io non so nulla, non l'ho mai nemmeno  conosciuto». 
Si lascia sfuggire poche parole, Mario Bertoli.  L'«incidente di percorso» resta un mistero.  Ma dall'autografo taroccato che ha fatto scoppiare il caso liste elettorali,   l'ex segretario provinciale de «la Destra»,  indagato per falso ideologico, prende le distanze. Si fa carico della  gran parte di  quelle 130 firme «irregolari» -  così torna a definirle -  presentate per far correre il partito alle amministrative, «però di quella di Galli non posso dire nulla, perché non so proprio come sia stata raccolta. Ho solo letto - aggiunge - le dichiarazioni che ha fatto sulla vicenda  Priamo Bocchi».
Perché il vaso di Pandora era stato scoperchiato proprio dall'ex pallavolista: il mese scorso, infatti, Claudio Galli si era visto invalidare la firma (vera) a sostegno  della lista guidata da Ghiretti proprio perché il suo nome compariva anche sotto quella de «la Destra». Un falso che lo aveva spinto a far denuncia. E subito dopo il candidato sindaco Bocchi aveva imbastito questa spiegazione: «Claudio Galli  è un amico e un compagno di pallavolo. C’era un modulo predisposto con i suoi dati, in attesa che potessimo raccogliere la sua firma, che però poi non è arrivata. Tuttavia il modulo, con i suoi dati e lo spazio bianco per la firma, è rimasto, e nel momento forse un po’ concitato della raccolta firme, nel trambusto dei banchetti, forse qualcuno ha pensato a un errore, a una dimenticanza e, in buona fede, ha pensato di aggiungere la firma».
Chi? Bertoli dice di non saperne nulla. E, forse, dopo aver ammesso l'irregolarità di oltre un centinaio di firme, non avrebbe molto senso mentire su quella di Galli.  Bocchi, da parte sua,  in quella dichiarazione, parlava  genericamente di «qualcuno». Qualcuno che, una volta individuato, dovrà rispondere, come l'ex segretario provinciale de «la Destra», di falso ideologico.   
Insomma, l'inchiesta potrebbe coinvolgere altri. Ad autenticare le firme per «la Destra» fu Pierangelo Ablondi, il consigliere provinciale della Lega che si uccise, dopo aver lasciato un biglietto in cui confessava di aver fatto un favore a un amico. Parole scritte prima di lanciarsi nel vuoto, ma forse non sufficienti per  spiegare ciò che ha radici più profonde. Certo è, invece, che la lista non avrebbe avuto le sottoscrizioni  sufficienti per essere presentata: tolte le 130 false, accertate già nei primi giorni, dalle 438 in totale, sarebbe scesa sotto il minimo delle 350 previste dalla legge. E ciò potrebbe far scattare  futuri ricorsi alla giustizia amministrativa.
Da parte sua, Bertoli,  dopo essere stato sentito come persona informata sui fatti a fine aprile, è stato riconvocato negli uffici della Digos anche lo  scorso venerdì pomeriggio, inizialmente sempre per essere ascoltato a sommarie informazioni. Tuttavia, già in mattinata era  stata ufficializzata dal procuratore Laguardia, titolare dell'inchiesta, la sua iscrizione nel registro degli indagati.   Una nuova posizione che imponeva di interrogarlo alla presenza di un difensore, come aveva subito fatto presente il suo legale, Ernesto Calistro. Avvocato, però, che non essendo stato preavvertito con un certo anticipo, aveva un impedimento, per cui a Bertoli è stato assegnato un difensore d'ufficio. E' così che l'ex segretario provinciale de «la Destra» ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. «Ma io voglio spiegare cosa è accaduto. Mi auguro di poterlo fare al più presto, alla presenza dei miei avvocati - dice - perché quando dirò come sono andate le cose, sono convinto che mi potranno almeno essere riconosciute delle “attenuanti”». 
L'ex segretario aveva  ammesso nel suo comunicato di aver trascritto  nominativi di persone «legate politicamente e idealmente a “la Destra”, che in precedenti occasioni ne avevano sottoscritto le liste».  Un utilizzo che gli costerà anche l'accusa di violazione della privacy, perché così facendo  avrebbe trattato dati personali senza il consenso dei diretti interessati.  
Ma l'inchiesta non si fermerà sul fronte de «la Destra». Le firme doppie hanno contaminato varie liste. E qualcuna potrebbe anche essere falsa. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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