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"Sfuggiti alla piena ma 'alluvionati' dalla burocrazia"

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Roberto Longoni
In mezzo, c'è un monte. Un  sipario parallelo al mare: da una parte Monterosso, dall'altra Pignone. Da una parte la capitale delle Cinque Terre, dall'altra un borgo antico nel verde di una Liguria preziosa e segreta. Un paese che dalla costa dista molto più dei tre-quattro chilometri in linea d'aria letti sulla cartina. Il 25 ottobre, Pignone è stato investito dall'alluvione come Vernazza e Monterosso. Per miracolo non ha avuto vittime, ma è stato colpito al cuore: il suo ponte romano non esiste più. Perse le sue pietre millenarie, spazzate via dalla furia del torrente che dà il nome al borgo e che quel giorno il borgo se l'è preso quasi tutto. La violenza della natura ha colpito questo centro come quelli  sul mare. Ma Pignone (come del resto i paesi della val di Vara) non è destinato a ricevere le «piene» dei turisti di mezzo mondo: questo è il suo bello, ma ora anche il suo difetto. Qui la ricostruzione procede più a rilento che sulla costa. E così la costruzione. «Tutto è stato alluvionato: anche ciò che è stato solo sfiorato dalla furia delle acque» dicono Elisabetta Cozzi e Ivo Zanetti. Commercialista lei, produttore di marmi e immobiliarista lui, nel 2007 si sono innamorati di Pignone. «Decidemmo  di costruirci una casa» ricordano. E, visto che si sono trovati costretti ad acquistare terreno edificabile in abbondanza per realizzare il loro sogno, la casa è diventata un residence. «Nove unità abitative in tutto, incastonate l'una nell'altra e legate tutte dalla pietra. Su seimila metri quadrati di terreno, solo il 10 per cento è costruito». Zanetti ci tiene a sottolinearlo, visto che per questo progetto, da realizzare con Arcadia, la società avviata  con Elisabetta Cozzi,   s'è trovato ad affrontare più difficoltà del previsto. Fino alle catastrofi naturali. «Oltre ai duelli con i mulini a vento» aggiunge lei.        «In realtà, iniziò con problemi d'altro tipo. Fummo criticati dalla stampa. C'era gente che senza conoscere il progetto lo attaccò. E pensare che il terreno era edificabile dal 1985». Lo spazio in questione è sulla destra andando verso Borghetto, cento metri a monte del ponte romano. «Be', ora del ponte non resta nulla, se non il profilo delle luminarie di Natale lasciate anche dopo le festività». Un'illusione che prende vigore soprattutto di notte. Mentre i soci di Arcadia si chiedono quando finirà la notte delle carte bollate.      «Per convincere tutti che il nostro intervento sarebbe stato rispettoso, abbiamo preso anche una casa nel centro del paese, trasformandola in uno show-room: una vetrina per i materiali e il plastico». Ottenuti i permessi, vinti gli scetticismi, il cantiere è partito. Per scontrarsi con i progetti del meteo. «In ottobre - ricorda Elisabetta Cozzi - avevamo pronta da consegnare una Dia in Comune. E' stata protocollata in dicembre». Ma intanto, proprio il 24, era stato firmato l'atto d'acquisto delle cubature per le varianti. «Tutta terra che il fiume s'è portato via il giorno dopo» allarga le braccia Zanetti inventandosi un sorriso, perché non è tipo da  piangersi addosso. «C'è chi sta peggio, chi ha perso tutto e  s'è salvato fuggendo dalla finestra» ricorda. Le abitazioni del residence, allora al primo solaio, furono sfiorate dalla piena. «C'era solo una quarantina di centimetri di fango nella casa in paese: i volontari con le pale, in quattro e quattr'otto,  la ripulirono. Tra loro e i pompieri, che gente abbiamo conosciuto». Anche Zanetti ha fatto quattro giorni a spalare, mettendo due ruspe a disposizione dei vigili del fuoco. Poi, superata l'urgenza, sono rimasti i cumuli di fango, tronchi, carcasse d'auto e detriti vari. «Alti sei metri, accanto al cantiere». Ci stanno lavorando le cinque persone assunte, dopo mesi, con i fondi dell'Ue e della Regione.  Ma altri cumuli si sono formati in Comune con due mesi di sospensione dei lavori. Ci sono le  carte, le richieste impilate per la ricostruzione. «Ci siamo messi noi a portare i documenti in giro, per cercare di abbreviare i tempi, visto che il nostro cantiere è fermo da agosto». Ma la devastazione rende interminabile ciò che in Italia è già lento di suo. «La Dia dal Comune ancora non l'abbiamo ottenuta, ma intanto, incombono la crisi, le tasse, le banche a cui si sono chiesti i prestiti. Qui il tempo scorre veloce come sempre». Sfiorato dall'alluvione, il sogno dei due imprenditori parmigiani rischia di restare soffocato dal pantano «burocratico».
 

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