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Villa Amarena, verità e finzione

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di Emilio Zucchi

Erudizione vasta e minuziosa, ampia e fitta ricchezza di notizie anche inedite  e lampeggiare quasi aforistico di riflessioni critiche contraddistinguono l'appassionante saggio che Paolo Mauri ha da poco pubblicato: «Nei luoghi di Guido Gozzano». Sulla scia di Carlo Dionisotti, autore dell'imprescindibile «Geografia e storia della letteratura italiana» (1967), ma distendendone  la mutria accademica in una  prosa di signorile, cordiale  affabilità e giornalistico senso della sintesi, Mauri, come indica il sottotitolo, propone un «saggio di geografia letteraria». L'autoironia, l'eleganza, il gusto della finzione, la profondità  celata da ritmi e figurazioni non solenni tipici di Gozzano vengono da Mauri presi in esame calandoli  nella concretezza territoriale, sociale e temporale delle contrade in cui il grande poeta torinese in parte visse: quelle del Canavese, territorio piemontese dove sorge Agliè, cittadina dei lunghi soggiorni  estivi dell'autore de «La signorina Felicita» nella villa avita, detta Il Meleto,  e della poetica  «Villa Amarena» abitata dall' indimenticabile personaggio  femminile del suddetto capolavoro.  Il tutto però rispondendo, più che a una convinzione critica - quella, derivata da Sainte-Beuve e poi da D'Ancona e Carducci, che ritiene  di gran lunga prioritario un approccio fortemente biografico e storico per comprendere le opere di un  autore - a uno slancio di personalissima  simpatia e schietto entusiasmo. Gozzano è insomma, evidentemente, uno dei poeti più amati da Mauri; al quale, d'altra parte, tra i molti e noti meriti letterari, va anche quello, nel '66, quando era allievo di Natalino Sapegno, di aver scoperto e pubblicato, dello stesso Gozzano,  la prima stesura de «L'assenza». E,  con l'indagine  biografico-geografica che procede briosa  per  una settantina di fittissime ma avvincenti e aggraziate pagine, Mauri offre un omaggio a Gozzano particolarmente prezioso: invoglia a leggerne le stupende e, ancora oggi,  modernissime poesie.   Scrive infatti Mauri: «...Guido Gozzano, o meglio guidogozzano in tutte minuscole è il vero personaggio della sua poesia (...) ma quando dico ''vero''  non intendo dire ''autentico''perché Gozzano ama il falso e il primo falso è il proprio alter-ego messo in versi: ''quello che fingo d'essere e non sono''. La profondità della poesia gozzaniana sta tutta nel gioco che si instaura  tra l'apparente e piana narrazione  di un mondo provinciale e borghese (il salotto di Nonna Speranza, la Villa della Signorina Felicita) e la perfetta falsificazione  del medesimo, che sola lo rende diversamente godibile. Gozzano vive dunque di ''citazioni'', di estratti, di esibite malinconie e di improvvisi cambi d'abito, annunciando di aver intravisto  in sé ''la stoffa del borghese onesto''... Cita il  passo con la grazia e l'ostentazione di un preraffaellita, ma va più in là: l'alto e il basso in lui si ricongiungono...».  Il senso della finzione come maschera di una sensibilità ferita, verrebbe da dire; ma anche come svelamento,  perché, annota Mauri  in un passo che, come accennavamo all'inizio, ha la felicità espressiva dell'aforisma «l'ironia è una forma di chiaroveggenza».  Il saggio brulica, inoltre, di personaggi storici e situazioni concrete legate al Canavese e a Torino, dove Gozzano risiede, studia e non disdegna qualche atteggiamento goliardico.  Ecco allora le confetterie  della città sabauda, la grande Esposizione del 1911, le torri di Ivrea, e poi gli scrittori Massimo D'Azeglio, Giuseppe Giacosa (interessantissimo il capitolo sull'autore di «Come le foglie»), Salvator Gotta, Costantino Nigra, il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, di cui Mauri racconta che, a proprie spese, si era fatto portare la linea telefonica da Ivrea alla casa di campagna;  ma anche Benedetto Croce, e, indirettamente, Manzoni. Il saggio si conclude con uno struggente ma non sentimentalistico capitolo  intitolato «Bisnonno Domenico», in cui Mauri parla del proprio avo maestro elementare nel Canavese, di una casa di campagna con una vigna che produceva bonarda e  di sere umide di fine settembre con la famiglia riunita in cucina attorno alla stufa a legna. Sono tre pagine bellissime, e insegnano che lo studio della  letteratura è conoscenza dell'uomo.

Nei luoghi di Guido Gozzano
Aragno, pag. 82, 10,00

 

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