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Le parole "scusa" e "grazie" sono sparite

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Rosangela  Zavattaro Rastelli

Ci sono due parole, «scusa e grazie», che sembrano sparite dal vocabolario dei giovani e meno giovani ma soprattutto dall’ABC del cuore. Di tutti. Sono, da sempre, le parole del  perdono e della gratitudine, della riconoscenza o meglio del riconoscimento di  aver ricevuto  qualcosa   da qualcuno, magari fin dalla nascita: dai genitori, dai nonni, dalla tata e poi , crescendo, dall’amico, dall’innamorato-a, dal collega, dal sacerdote... Una  volta , i genitori cercavano di insegnarle ai loro piccoli insieme all’amore, come  un’altra faccia dell’amore o, semplicemente, come espressione di  educazione, di  una «cultura»  della reciprocità e  dell’altro come me. Nel corso degli studi scolastici e della dottrina, prima o poi, si fa l’incontro con Gesù, con Socrate, Platone... il massimo dell’umana umiltà del «so di non sapere» e dell’«amare». Concetti spesso subito catalogati come materie di studio per ragazzi, da dimenticare cioè perché la vita  reale è ben altra cosa. Oggi, invece, tutti sanno tutto, tutti hanno diritti e, fin dalla culla, tutto è dovuto. Sempre. Specie dai giovani, dai figli, proprio in quanto figli che «non hanno chiesto loro di venire al mondo» per cui anche il dono della vita diventa spesso una «colpa» dei  genitori  da dover scontare.  Per sempre. Perché «se i figli sbagliano - pensano - lo sbaglio più grosso l’ha fatto chi li ha programmati in questo schifo di mondo dove, inoltre, subito ti informano che si deve anche morire».
Ho insegnato per tanti anni alle Scuole Superiori  ma raramente ho sentito pronunciare quelle due magiche parole se non , forse, qualche: «scusi... grazie, prof...» ma solo per un permesso o un favore immediato. Per il resto tutto contestato. Anche il chiarimento per eventuali  errori  spesso  considerati  dai ragazzi  «esagerazioni di insegnanti  pignoli ed  antiquati».  Ma allora non esistono più la gratitudine o il riconoscimento delle proprie mancanze?    Là dove  forse esistono vanno, comunque, di pari passo con l’umiltà e sono  «merce rara». Molti giovani (specie coppie) scambiano l’umiltà per umiliazione, il chiedere scusa una diminuzione del sé, una specie di resa nel  duello del «dare-avere», un abbassarsi,  il chinare la testa del vinto, insomma un fallimento nei  rapporti umani, un ammettere di avere avuto torto. Dire «grazie» viene, invece, talvolta  interpretato come dare all’altro un’arma in mano, una specie di diritto a dover chiedere e ricevere, a sua volta, per una  parità dei grazie o per una restituzione di un uguale grazie obbligato o obbligante, del tipo «ti devo un grazie... Un «do ut des», quindi, non pura gratuità. Un concetto che sembra esasperato ma, in realtà non è una esagerazione, specie, ripeto, nel mondo giovanile perché l’anziano ha ancora in sé il senso di nobiltà morale, dell’eleganza  e direi quasi della «classe» insita nello scusarsi, nel ringraziare, nell’essere grato. Un anziano professore di Milano ricorda con commozione, ancora adesso, le parole di un suo compagno  universitario che lo ringraziava per averlo sostenuto (anche finanziariamente) ed  aiutato negli studi in un periodo buio  dell’ esistenza: «Ti sarò grato per tutta la vita, non dimenticherò mai...». Ed ancora più nobile la risposta del professore che addirittura si scusava  per  «averlo potuto aiutare, una specie di fortuna che la vita non concede a tutti» e perfino  lo ringraziava per  averglielo permesso. «Farsi perdonare il bene che si fa» è  una straordinaria affermazione sull’altruismo di S. Vincenzo de Paoli   e su ciò che  dovrebbero  significare le parole «scusa e grazie» in senso etico o cristiano. Al contrario ricordo un diciassettenne (sospeso da scuola) che aveva insultato la Preside di una Scuola di Milano, dandole della «Serva dei Padroni, dittatrice...». La madre gli ordinava di chiedere scusa e quello con la bocca serrata e gli occhi di odio, aveva invece sputato per terra, urlando; «io non chiedo scusa a nessuno perché ho ragione... E’ lei che deve chiedere scusa a tutti noi per il suo autoritarismo...». Quante bocche serrate o insulti piuttosto che chiedere scusa. Quante «scusa  e grazie» non si sono mai pronunciati. Quanti silenzi offesi  ed offensivi  hanno creato muri fra le persone, fra i popoli, le nazioni e provocato perfino eccidi  distruzioni... Si è perso  il senso elevato di queste parole che sono un gesto di pace e di riscatto, un tendere la mano, chiedere comprensione e rafforzare legami, amicizie. Di quante scuse e grazie  mai pronunciati si sono nutrite le separazioni, i divorzi, le fughe e forse, peggio ancora, certe vendette ed i raptus? La forza delle parole, mai dette, è talvolta più dirompente di quelle urlate perché il silenzio scava sotterranei, inguaribili solchi di incomprensione. Gli psicologi asseriscono che certi  mutismi e rifiuti  a pronunciarle sono, talvolta, una forma di autodifesa per compensare  la scarsa autostima che si ha di sé. Fragilità mascherata, perciò, non forza. E così, quotidianamente, tante persone si  passano accanto o vivono insieme senza incontrarsi mai nelle parole della riconoscenza.  Ricordo, con nostalgia il motto scout di Baden Powell sulla gratitudine: «Un dono non ti appartiene veramente finché non hai ringraziato».

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  • Francesco

    13 Luglio @ 09.37

    Gran belle parole Rosangela che condivido in tutto e per tutto. Io faccio un lavoro in cui spesso mi trovo ad aiutare tanti colleghi per problemi che a me sembrano banali ma che per loro sono cose complesse. A lungo andare può diventare un'attività faticosa e se non fossi "nutrito" dai grazie sinceri di chi sta dall'altra parte del telefono. Tutto sarebbe molto più pesante da sopportare senza la riconoscenza dell'altra persona. Bella riflessione, ancora complimenti e... grazie! :-)

    Rispondi

  • marco

    13 Luglio @ 08.49

    \"Grazie\" si usa... \"prego\"mi sembra invece in disuso ... a \"grazie\" si risponde ormai con un altro \"grazie\".

    Rispondi

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