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"Io, sbattuto in carcere ingiustamente"

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 Andrea Del Bue

Il blitz dei carabinieri, la perquisizione e l’arresto. E’ il 21 ottobre dello scorso anno, quando all’interno dell’«Operazione Barracuda», che portò a nove arresti, Giovanni Dacci, parmigiano di 43 anni, allora piccolo imprenditore, viene prelevato dai militari nella sua casa e portato nel carcere di via Burla. 
Si fa ventiquattro giorni di galera, la sua foto («con gli occhi sfumati; una presa in giro, visto che c’erano nome e cognome», dice) viene distribuita ai giornalisti durante la conferenza stampa indetta dai carabinieri. 
E’ in cella, col marchio di usuraio; il 14 novembre arriva l’ordinanza del Tribunale del Riesame che ordina l’immediata scarcerazione e rimessione in libertà. Con una motivazione inequivocabile: «Si condividono le valutazioni difensive in merito alla mancata ricostruzione dei fatti e l’ipotesi di reato tecnicamente ascritta a Dacci. Basti riflettere, a tale proposito, sulla circostanza che quest’ultimo avrebbe al termine della complessa e farraginosa vicenda, nel luglio/agosto 2010, assunto personalmente l’onere di restituire a Battilocchi (Gianni, rinviato a giudizio e considerato l’uomo chiave del giro d’usura, ndr) il prestito da quest’ultimo erogato alla persona offesa, così contraddittoriamente assumendo in sé la duplice ed antitetica veste di usuraio e usurato». 
Dacci viene rimesso in libertà. E - paradossale - passa da usuraio a usurato. Il Riesame aggiunge: «Non risulta che Dacci abbia partecipato alla stesura delle condizioni del prestito né sia stato presente agli incontri tra (nell’ordinanza compare il cognome del denunciante, ndr) e Battilocchi, e ciò proprio a causa dei cattivi rapporti... con colui con il quale si vorrebbe concorso (!)». 
Puntini di sospensione e punto esclamativo. Mercoledì, la sentenza di primo grado del rito abbreviato chiesto da Dacci: assolto per non aver commesso il fatto. Il pm aveva chiesto 18 mesi. Le motivazioni della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane. Il ricorso in appello da parte del pm, dopo l’ordinanza di scarcerazione del Riesame e l’assoluzione, sembra ipotesi remota.
Ora, quindi, il Dacci si chiede chi lo ripagherà del discredito sociale, delle persone che non gli parlano più credendolo un delinquente, dei clienti che sono scappati, di un lavoro sempre più difficile da trovare: «Sono finito sui giornali con tanto di foto, nome e cognome - si sfoga -. Hanno detto che ero uno strozzino. Quando sono stato scarcerato dal Riesame, invece, nemmeno una riga. La mia famiglia mi ha voltato le spalle, mia madre e mio fratello, per cui prendere anche solo una multa è una vergogna, non mi hanno parlato per mesi. Sono stato dipinto come un delinquente, e anche loro ci hanno creduto». 
Anche una volta liberato, nulla cambia: «Fuori dal carcere - ricorda -, non c’era nessuno ad aspettarmi. Ho raggiunto la casa di un amico, a piedi, che mi ha ospitato per un po’ di tempo». Amarezza, delusione, mai rabbia però: «Ce l’ho con tutti, ce l’ho con lo Stato, di cui non mi fido più. Anche con le forze dell’ordine, ma poi penso che facciano un lavoro difficilissimo e che sono loro che alla fine buttano dentro i veri delinquenti. Non voglio condannare nessuno - spiega -, ma io sono la vittima e quindi farò di tutto perché sia ripagato dei danni che ho subito». 
Sicuramente farà richiesta d’indennizzo per ingiusta detenzione: «Bisogna aspettare che la sentenza diventi definitiva - frena Dacci -. Nel frattempo ho denunciato per estorsione, diffamazione e minacce, l’uomo che mi ha portato in questo baratro, dichiarando agli inquirenti che ero un usuraio. Quello che chiedo agli inquirenti è che si interessino in tempi rapidi di questa faccenda».
Il futuro è in salita, ma Dacci crede nel riscatto: «Ora lavoro nelle pubbliche relazioni per alcune aziende, con inevitabili difficoltà - ammette -. Se digiti il mio nome su Google, compaiono le notizie dell’arresto. Ora però, fermo restando che qualcuno mi dovrà ripagare del torto subito, devo ripartire. Per il futuro nutro fiducia in me stesso, in quello che posso fare io. E’ inutile piangersi addosso, soprattutto se pensi a chi muore di fame o a chi soffre per un tumore incurabile».
 

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