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La storia - "Il mio lavoro era diventato una droga"

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Laura Birra

«Quando pensi ad una dipendenza ti viene in mente l’alcol o le sostanze stupefacenti. Mai crederesti che il tuo lavoro può diventare una droga. Eppure per me lo era. Me ne sono accorto solo quando è cominciata l’astinenza». A parlare è Mario (il nome è di fantasia), parmigiano, 55 anni e una buona posizione lavorativa. Di mestiere fa il manager e ha sacrificato molto di se stesso prima di arrivare dov'è adesso: «Mi correggo - dice -, ho sacrificato proprio tutto. A cominciare dal tempo che dedicavo a mia moglie e ai miei figli. Fino a quando mi sono separato e la situazione per me è diventata insostenibile». Mario era affetto da work addiction, dipendenza dal lavoro. Dedicava alla sua attività più di 12 ore al giorno e quando era a riposo il suo pensiero andava all’azienda. «Non riuscivo a staccare la spina - spiega - e onestamente non ne sentivo il bisogno. Erano gli altri a farmi notare che dedicavo troppo tempo al lavoro. Soprattutto mia moglie. Spesso mi rimproverava di non essere presente con i miei figli, con lei e di non avere amici». Mario, invece, sottovalutava il problema. Oggi sulla Gazzetta di Parma in edicola

Fertonani: «C'è anche chi si dà al bere»
La «work addiction» colpisce soprattutto chi ha più di 40 anni
«Se fossi milionario non dovrei più lavorare». Chi non si è ripetuto questa frase, almeno una volta nella vita? D’altra parte, si lavora per vivere. Almeno in genere. Anche se c'è chi vive per lavorare, chi fa del suo mestiere una ragione di esistere. Fino a quando crolla.
Non è semplice stress da lavoro: la work addiction è una vera e propria dipendenza, che non sempre viene a galla, proprio perché scambiata con una dedizione particolare alla propria attività. A spiegare le caratteristiche di questa patologia è Giuseppe Fertonani Affini, psichiatra e presidente dell’associazione «In viaggio», che si occupa di tutte le forme di dipendenza. «Quando i pazienti arrivano dallo psichiatra - spiega Fertonani - non sono coscienti di soffrire di una malattia. Arrivano per curare disturbi dell’umore, come l’ansia e la depressione, non rendendosi conto che dietro  si nasconde una dipendenza. Solo durante la terapia ci si accorge che il motivo dei disturbi è  il lavoro».
La work addiction, secondo Fertonani, ha un’incidenza dell’1% della popolazione nel nostro territorio, ma «il dato è in aumento - precisa - poiché la competitività, sia nel settore pubblico che privato, continua a crescere». Questa malattia colpisce soprattutto gli uomini, in particolare quelli tra i 40 e i 50 anni, con una buona posizione lavorativa. «Si tratta di persone che hanno investito quasi tutto il loro tempo sul lavoro. La professione diventa prioritaria nell’immagine di sé e tutte le scelte sono subordinate alla propria attività. Non costruiscono nuove relazioni sociali e spesso le persone con cui hanno a che fare sono solo quelle dell’ambiente di lavoro». In alcuni casi, chi soffre di work addiction comincia a bere. E allora diventa un workaholic. «L'alcol, assunto in basse dosi, disinibisce e dunque dà maggiore sicurezza - fa notare -: è per questo che alcuni dipendenti dal lavoro, ossessionati dalle proprie performance, iniziano a bere». Come tutte le dipendenze, anche questa viene curata con l’astinenza. «Oltre all’utilizzo di farmaci, che dipende da caso a caso, per tenere sotto controllo la work addiction bisogna arrivare a un’astensione graduale, anche di più giorni, fino a rientrare nei ritmi di lavoro normali». Non si tratta di una bella vacanza, perché per i pazienti l’astinenza all’inizio è dura. «Queste persone non riescono a rilassarsi nel tempo libero - spiega Fertonani - perché, dal momento che hanno investito nel lavoro tutte le energie, per loro resta un chiodo fisso. È per questo che vengono inserite nella terapia anche attività come lo sport e il volontariato. La ricaduta può essere dietro l’angolo: bisogna che il paziente mantenga alta la consapevolezza di aver sviluppato una dipendenza». 


 

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  • Nicola

    01 Agosto @ 10.59

    probabilmente chi soffre di questa malattia ha degli scompensi nella vita quoditiana.. zero interessi, zero amici, e zero voglia di "vivere". anche perchè pensate davvero che i vostri sforzi verranno riconosciuti dal titolare dell'azienda??? ahahahaha inoltre una volta in pensione dovrete lavorare ancora per non cadere in depressione.. nonostante le cose meravigliose che il mondo e la vita hanno da offrire...

    Rispondi

  • Claudio

    31 Luglio @ 06.07

    Comunque fanno sempre meno danni i workaddicted di quelli che non fanno una fava 24h al giorno........magari cominciamo a curare quelli.

    Rispondi

  • JOHN GALT

    31 Luglio @ 02.40

    IL LAVORO E' LA MODERNA ARENA DEI GLADIATORI E' LA VITTORIA CHE E' EFFIMERA E VUOTA ... QUATTRINI , CONSIDERAZIONE DEI TUOI COLLEGHI , PRESTIGIO SOCIALE ..... MA SE LAVORI PER PASSIONE , SARA' DROGA MA E' ENTUSIASMANTE E GRATIFICANTE L'IMPORTANTE E' CHE LO SIA PER TE STESSO E NON PER LO SGUARDO DI ALTRI.

    Rispondi

  • Kenny

    30 Luglio @ 20.58

    Sempre meglio che avere la droga come lavoro !!!

    Rispondi

  • michele

    30 Luglio @ 20.51

    Pensate anche a quei povetetti che devono lavorare con loro....ce ne sono tanti di work addicted nelle aziende e fanno venire l' esaurimento nervoso a chi lavora con loro...

    Rispondi

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