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Fare nascere e abbandonare un figlio. Per dargli un futuro

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Giulia Viviani

Ha già trovato una famiglia Mario, il neonato ritrovato il 7 luglio nella baby box (la versione moderna della ruota degli esposti) della clinica Mangiagalli di Milano. La sua è una storia a lieto fine, quella di un bambino a cui la mamma ha voluto dare una possibilità di felicità con dei nuovi genitori. Ma è anche una storia che ha riportato inevitabilmente l’attenzione sul fenomeno degli abbandoni. Secondo la Società italiana di Neonatologia, in Italia ogni anno vengono abbandonati circa tremila neonati, il 73% dei quali, da madri italiane.  A Parma la culla termica «Ninna ho», è stata installata a dicembre 2010, a conclusione dell’anno del neonato, e per ora, fanno sapere dall’Azienda ospedaliero universitaria, non è mai stata utilizzata. Ma anche alla clinica Mangiagalli, quello del piccolo Mario è stato il primo caso in cinque anni: «Alla fine del 2008 - racconta la direttrice sanitaria di Ostetricia e ginecologia del Maggiore, Daniela Viviani - a Parma abbiamo avuto un caso di abbandono molto delicato, che ha messo a rischio la vita del neonato. Si tratta di una vicenda su cui abbiamo mantenuto, e continueremo a mantenere, il più stretto riserbo, ma che comunque ci ha fatto riflettere». Casi sporadici si è detto, che un dispositivo come la baby box, adottato già da diversi ospedali in Italia, può forse aiutare a contenere. La culla termica di Parma si trova all’interno di una struttura in muratura in via Volturno ed è dotata di particolari sensori e sistemi di sorveglianza in grado di verificare in ogni momento la presenza o meno di un neonato. Un allarme acustico in più, la collega costantemente con il 118. «La culla però - precisa la dottoressa Viviani - dovrebbe essere proprio l’ultima possibilità per una mamma. Quello su cui dobbiamo puntare è l’informazione, il far sapere alle donne che non vogliono, o non possono tenere il loro bambino, che in ospedale si può partorire anonimamente». Il progetto «Ninna ho», ideato dalla Fondazione Francesca Rava, infatti, oltre alla culla, prevede un’ampia campagna informativa, in cinque lingue, sul Dpr 396/2000 che garantisce a tutte le donne il diritto di partorire in assoluta segretezza e non riconoscere il bambino, affidandolo immediatamente alle cure degli assistenti sociali, sotto tutela del Tribunale dei Minori che penserà a garantirgli una famiglia.  Nel 2011 nella nostra città sono stati partoriti tre bambini che le mamme hanno scelto di non riconoscere, mentre quest’anno per ora si è registrato un solo caso. «Il parto anonimo - conclude Daniela Viviani - è la soluzione più sicura, sia per la mamma che ha deciso di non crescere il figlio, sia per il neonato, che è immediatamente tutelato, sia dal punto di vista sanitario che legale. Certo, prima di arrivare a tale decisione, la donna deve essere adeguatamente informata su tutte le possibilità socio assistenziali che offre il territorio e che potrebbero aiutarla nel caso volesse tenere il bambino».

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