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Quella spiaggetta ligure per noi di pianura

Quella spiaggetta ligure per noi di pianura
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Giorgio Torelli

Per noi di questa sontuosa pianura à la parmesanne, pennellata in oro dal succedersi dei frumenti impettiti e accesa a bandiera dal coro in rosso dei pomodori, il blu abissale del mare è sempre rimasto nella parte alta dei pensieri e dei desideri. E si è di continuo proposto come remota, ma irrinunciabile frontiera del tutt’altro.
Noi si partiva per le marine - ecco - come si avesse finalmente licenza di ingresso nel libro delle confermate meraviglie. Ci ammutoliva la netta cesura dell’orizzonte, indispensabile alla regalità del sole per affermarsi infiammato o spegnersi con studiata lentezza in un recitato addio. E ci seducevano gli spumeggianti umori delle onde, maestre di trine e tuttavia inclini ai tonfi e alle ire provvisorie. Tutto ci irretiva come pesci d’altrove. Capitava così che tanti parmigiani migrassero oltre le creste d’Appennino per estraniarsi qualche tempo sulle riviere. E noi tra loro.
Nel 1938 e 1939, mio padre e mia madre -  pronti i bagagli -  avevano deciso, non so per quale ponderato consiglio, di affacciarsi a una circoscritta spiaggetta di Varazze, giusto al principio del Ponente ligure. Io avevo 10 e poi 11 anni, quinta elementare e prima ginnasio al Romagnosi, quel palazzo in latino con le finestre volte ai capricci del torrente.
Erano le prime volte che ci consentivamo due settimane di vacanza, così lunghe e così brevi, per farci lambire - dapprima spaesati e poi confidenti - dall’ondularsi del mare. La spiaggetta era amabile: sette ombrelloni allineati, le chaises longues a righe turchine, una barchetta di salvataggio e la lunga gomena affollata di alghe per trattenere il riquadro galleggiante e rosso-pompiere della boa a dondolo.
Subito dietro il litorale, avaro di sabbia e prodigo di ciottolini iridescenti (eravamo una ventina di bagnanti intrecciati dalle parentele e dal nuovo festoso amicarsi), correva la linea ferrata Genova - Ventimiglia su cui irrompevano a rispetto di orologi le nigre locomotive col fischio di allerta. Dal frastornante seguito dei vagoni di prima, seconda e terza classe, i passeggeri, esaltati dal riproporsi alterno del mare dopo ogni buio improvviso e cavernoso delle gallerie, salutavano a festa. Lo slancio a fumaiolo della locomotiva di Stato scarmigliava i filari di canne, insorte motu proprio ai bordi della ferrovia e dava brividi di equilibrio agli ombrelloni. Avveniva in un lungo attimo.
Poi, a ben guardare, si vedeva comparire, di traversina in traversina e tra le parallele levigate dei binari, una figurina di donna che reggeva un sacco di juta. Andava spigolando i frammenti di carbone che fossero rotolati dal tender mentre il fochista, con la pala brandita, andava alimentando il fuoco intimo della vaporiera. La figurina aveva i capelli bianchi e le mani annerite dal carbone raccattato. Il sacco rigonfio e pungente, sembrava quello di una befana marina. La spigolatrice ci salutava, muovendo il braccio libero.
Noi, in costume e unti di creme per deludere le vampe, ricambiavamo il ciao col magone, colti in vacanza dai soprassalti della verità. La carbonera camminava chissà fin dove, coi voli dei gabbiani sempre addosso, avidamente incuriositi dalla pesantezza del sacco. Suonava allora mezzogiorno da una chiesa circostante. Ed era tempo di confidenza con l’acqua. Ci esaltava il sentore salmastro delle onde reiterate, immergendoci con circospezione e col fiato trattenuto per consegnarci - in fine - alla felicità del possesso. Possedere il mare, le braccia dilatate nel primitivo nuoto dei profani e le orecchie stordite dalla risacca.
Mio padre quarantenne, nato in un podere tra la Parma e la Baganza, aveva imparato a nuotare con vigore, dominando a forti bracciate gli umori dei torrenti. Così si spingeva ben più in là degli immersi a mezzo busto per subito sparire sott’acqua, fare il pescecane e pizzicare il vistoso fiorone di nostra zia Lina, incapace di nuotare ma intrepidamente avvinta alla gomena della boa pur di sentirsi ondina e parlarsi col mare, annaspando. Io sapevo nuotare. Ne avevo imparato i modi e i tempi in una piscina parmigiana regolata dai turni: al mattino le fanciulle, al pomeriggio i maschi, orgogliosi per il protuberarsi degli slip e instancabili nelle bravate d’acqua: tuffetti amatoriali, spanciate a spuma tripla, fierezze adolescenti per la prima prestanza dei pettorali, gioia solare dei pomeriggi d’Agosto farciti di calura.
Così, dentro il vero mare, mi facevo cavaliere delle mie cugine, pudiche e trepide in quei loro costumini non ancora disegnati dall’incipiente femminilità. Non c’era alcun pedalò, solo qualche scialuppetta amatoriale e una nave di sfondo, disegnata in nero come sui quadretti di un quaderno di scuola. Era l’ora del riaffiorare sotto gli ombrelloni per sentirsi ristorati dalla focaccia ligure - la fugassa -, comprata appena lì attorno e ancora pervasa di forno. Era un armonioso rimescolarsi, l’eccellenza molinara della fugassa, il parlarsi addosso del mare, il rincuorante piacere degli accappatoi di spugna sui torsi infreddati dalle immersioni, le voci risonanti. Si levavano i richiami di Carlìn, il bagnino bronzeo come una statua di Riace ma con le gambe cavalline da marinaio, uso a equilibrarsi in coperta sotto gli assalti del mare grosso. Carlìn aveva navigato anche l’oceano sulle cisterne e i bastimenti.
Era anche stato marinaio di leva a bordo di un incrociatore della Regia Marina, i doppi cannoni a brandeggiare minacciosi verso il niente e l’equipaggio - per turni - a ninnare sulle amache in rollío.
Navigando, aveva visto tutti i pesci, gli squali, i tonni, anche - un giorno nel Pacifico - la balena coi pennacchi di spruzzi. E incantava noi di città - noi di Parma - che conoscevamo appena i pesci gatto, avvistandoli nella peschiera del Giardino Pubblico.
Quanto alla pensione Onda Azzurra - appena al di là della ferrovia e delle canne - sedevamo a tavola sotto un pergolato d’uva moscatella nel rincorrersi di frasi, parole, volti, allegrie, consonanze, fin quando, la sera, il fonografo - sgombrate le tavole - proponeva valzer lenti e foxtrot.
Era verso mezzanotte, al sortire della luna, che dominavano le accoratezze sentimentali dei tanghi, replicati più volte a manovella. Rivisito spesso quei giorni, oggi come oggi. Eravamo liberi e felici fin quando le estati di guerra - dal 1940 al 1945 - ci vietarono ogni ritorno, consegnandoci alle pene e ai dolori per una patria sempre più diversa, fino a sfigurarsi. Ci consolava, talora, accostare l’orecchio -  come ci aveva insegnato Carlìn - a una grossa conchiglia che mia madre teneva sul marmo del comò e ascoltare il murmure del mare, più remoto che mai.


Post Scriptum Ogni tanto, qualche immagine balneare c’induceva alla nostalgia. Ricordo il quadro del pittore catalano Lluis Masriera (1852 - 1958) dal titolo “Sotto l’ombrellone” e qualche inverosimile ma esaltante copertina del celebre settimanale “Le Grandi Firme” diretto da Cesare Zavattini, cents 60, Milano.
L’insuperato illustratore Boccasile proponeva l’enfasi della bellezza, disegnando ragazze acqua sapone e curve che, in nessun mare per famiglie, avremmo mai avuto il bene d’incontrare. Le sentivamo prendere domicilio in ogni procace arbitrio della fantasia.

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