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Bommezzadri, un parmigiano nella Capitale

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 Gian Luca Zurlini

Un parmigiano a Roma: così si potrebbe definire, in estrema sintesi la vita di Mario Bommezzadri, classe 1920,  che nella capitale, dove ancora oggi è rimasto a vivere, è stato per ben 33 anni, dal 1949 al 1982, dipendente della Camera dei deputati.   
La sua è la storia di un parmigiano che si è fatto onore nella Capitale mantenendo però ben salde le radici nella sua città, dove  nei giorni scorsi è tornato, come d'abitudine  per incontrare amici, parenti e conoscenti.
Il racconto della sua vita, fatto nella nostra attuale sede che ha voluto visitare accompagnato dall'amico ex segretario di redazione della Gazzetta (e quotato insegnante di stenografia) Bruno Castelli, sembra quello di un romanzo di altri tempi: «Mi sono diplomato al liceo classico Romagnosi, ma dopo 15 giorni ero già stato chiamato, grazie alla mia ottima conoscenza della stenografia, a lavorare al Resto del Carlino a Bologna».  
A favorirlo, la grande scuola del «Circolo stenografico parmense». Risponde alla chiamata e, dopo 6 mesi di prova, viene ammesso al praticantato per diventare giornalista (all'epoca le regole lo consentivano). «Era tempo di guerra e andare a Bologna era quasi sempre un'avventura. Poi, nel 1942, mi è arrivata una richiesta  dalla “Gazzetta di Parma”. All'inizio ho fatto qualche difficoltà, ma in realtà  non mi pareva vero di tornare nella mia città e così sono entrato nella vecchia sede all'angolo tra via Saffi e borgo del Correggio». 
Sono 7 gli anni che Bommezzadri trascorre in «Gazzetta» vedendo passare altrettanti direttori («sa, in mezzo ci sono stati tutti i cambiamenti politici»), favorendo nel frattempo anche l'assunzione di Aldo Curti che poi arriverà a essere condirettore del giornale. Ma nel 1949 arriva la svolta della sua vita: «Ho partecipato a un concorso per stenografi alla Camera dei deputati e l'ho vinto come primo classificato». A ottobre di quell'anno Mario Bommezzadri prende e parte per Roma: «Sono arrivato e ho trovato un ambiente accogliente, tanto che fui aiutato subito a trovare una sistemazione in quello che oggi si chiamerebbe un residence e poi a trovare un alloggio».
Da semplice stenografo, Bommezzadri, che si fa apprezzare da politici e altri dipendenti, sale  tutti i gradini della carriera, tanto che gli ultimi 8 anni li farà con l'incarico di «capo dei resoconti parlamentari», in pratica il coordinatore di tutto il lavoro che faceva capo alla stesura delle relazioni stenografiche e delle sintesi destinate all'esterno dei lavori di Montecitorio. La sua memoria lucidissima gli fa ricordare molti episodi legati a politici: «Pajetta, del Pci, era il più inquieto, anche se preparatissimo. Ricordo le notti al lavoro per l'approvazione di quella che passò alla storia come la “legge truffa” per il premio di maggioranza alle elezioni del 1953». Fra tutti «il più signorile è stato il liberale Giovanni Malagodi, ma anche il partito repubblicano aveva pochi deputati, ma tutti di altissima qualità, a partire da Ugo La Malfa».  Il migliore presidente di Montecitorio «è stato Giovanni Gronchi, un grande signore che, quando venne eletto presidente della Repubblica nel 1955 fece dare un mese di stipendio in più a tutti i dipendenti della Camera». Ma lui è grato anche a Giovanni Leone e Sandro Pertini «che ci fecero avere ciascuno due anni di contribuzione in più per la pensione quando andarono al Quirinale». Fra i politici parmigiani ricorda in particolare i democristiani Renzo Pasini e Carlo Buzzi, il comunista Enzo Baldassi  e «poi anche Martelli e Borri, ma con tutti ho avuto un buon rapporto».  Fra gli aneddoti ricorda il giorno in cui Filippo Anfuso, del Msi, «chiese di interrompere l'intervento perché non si sentiva bene», noi scrivemmo “seduta interrotta per un lieve malore” e invece lui morì di lì a poco nell'ambulatorio della Camera». E poi gli eufemismi usati nei resoconti: «Scrivevamo “tumulti” quando c'erano scontri fisici e “accesa discussione” quando si scambiavano insulti, ma anche “applausi” o “forti applausi” quando c'erano approvazione, perché poi i deputati ci venivano a chiedere i resoconti dei loro successi oratori per utilizzarli in campagna elettorale».
Ma i più di 60 anni trascorsi a Roma non hanno mai annacquato la sua parmigianità: «Ho sempre collaborato da Roma con la “Gazzetta” cui sono rimasto molto affezionato e quando sono andato in pensione ho comprato un piccolo appartamento qui a Parma dove sono sempre ritornato con frequenza. E a Roma avevamo una governante in casa, la signora Linda, che era bravissima in cucina e in pratica abbuffava di torta fritta, tortelli di erbetta e salumi di casa nostra gli amici che invitavamo e che stravedevano per le nostre specialità».  Due episodi rivelano il profondo legame con la nostra città: «Tutti i parmigiani che venivano a trovarmi a Roma li portavo a visitare la tomba di Pilo Albertelli, nostro concittadino martire delle Fosse Ardeatine. E poi ho lavorato per fare ottenere all'ormai novantenne pittore Amedeo Bocchi  la medaglia d'oro della Repubblica per meriti artistici, che gli è stata assegnata dall'allora ministro della Pubblica istruzione Oscar Luigi Scalfaro e consegnata dal sindaco dell'epoca Cesare Gherri con una solenne cerimonia nell'aula del consiglio comunale». Oggi, bontà sua, Mario Bommezzadri dice che «sono diventato vecchio, ma torno lo stesso ogni tanto». Ma tutto il suo spirito parmigiano (espresso in un dialetto ancora ruspante) è ben  riassunto dalla battuta con cui fulminò Nilde Iotti, presidente della Camera al momento del suo congedo dal lavoro. «Mi disse “beato lei che se ne può tornare a Parma”. E io le risposi: “lo può fare anche lei: si dimetta e potrà tornare subito a Reggio Emilia”».
 

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