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"Le barriere architettoniche? Prima di tutto le creano i comportamenti sbagliati". Parola di Anmic

"Le barriere architettoniche? Prima di tutto le creano i comportamenti sbagliati". Parola di Anmic
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Andrea Violi

«L'espressione “barriere architettoniche” è apparsa per la prima volta in una legge del 1971, la numero 118. Ma l'accessibilità è ancora un problema». Per inquadrare la questione basta questo ad Alberto Mutti. Il presidente dell'Anmic (associazione nazionale mutilati e invalidi civili) fa notare che «il problema è riuscire a fare le cose da soli!». Ma la vita quotidiana è veramente una “paralimpiade”, per i disabili. Dipende dalle barriere architettoniche “classiche”, ma anche dalla natura dei servizi («Al supermercato chi glielo spinge il carrello, a una persona in sedia a rotelle? Deve andarci con qualcuno») o dal modo di costruire le abitazioni. Anche in casa propria, basta un gradino per rendere off limits una stanza.
Incontriamo Mutti nella sede dell'Anmic in via Stirone. Con lui, l'architetto Bernardo Degiovanni, che aiuta l'associazione e ha partecipato al progetto «Liberaccesso», con la Provincia (che sarà presentato nei prossimi giorni).
Il presidente fa citazioni da convenzioni dell'Onu e dai grandi filosofi, ogni tanto fa qualche battuta - magari dopo aver fissato l'interlocutore per qualche secondo con fare pensieroso - ma quando parla dei problemi dei disabili è assolutamente serio. Mutti e Degiovanni sintetizzano così il discorso: negli spazi pubblici in città, rispetto al passato la situazione è un po' migliorata, ma tanto resta da fare.
Appena si nomina il tema “barriere architettoniche”, il discorso va sulla stazione ferroviaria. L'ascensore per i disabili non c'è, il servoscala dev'essere mosso da un operatore e per prenotarlo si chiama un numero verde (con call center a Bologna). «Se l'impatto per chi viene da fuori è la stazione... è piuttosto vergognoso! - dice Mutti senza giri di parole -. Ne avevamo parlato con la vecchia amministrazione comunale: dissero che non ci sono i soldi!». Ora Mutti aspetta di incontrare il sindaco Federico Pizzarotti, al quale ha scritto una lettera il 14 settembre.
«Per quanto riguarda gli edifici pubblici, a Parma e nei comuni limitrofi non siamo ridotti male... nella Basse e in montagna invece resta molto da fare», osserva Mutti.
Il problema delle barriere architettoniche è molto legato alla manutenzione stradale, osserva Degiovanni: Sono state fatte tantissime cose però se si gira per la città, si vedrà che i problemi sono ancora infiniti. Basta un buco in un marciapiede! A volte non si riesce a sistemare le barriere... Nei negozi ad esempio ci vuole quantomeno il campanello, se vogliono far entrare il cliente».
L'impressione che si ha è questa: c'è un problema culturale - o come minimo una certa disattenzione - verso i disabili. «Al giorno d'oggi si bada molto al personale e finché una persona non va in sedia a rotelle... il problema non esiste», commenta amaro Degiovanni.
«Molte delle barriere architettoniche le creiamo noi! - dice Mutti senza mezzi termini -. Penso a cartelli in mezzo ai marciapiedi, bidoni per la raccolta dei rifiuti, biciclette contro i muri, righe sulle strade e cordoli fatti in modo sbagliato. La battaglia più grossa è quella di diffondere la cultura dell'attenzione sulle barriere architettoniche, dall'ingegnere all'operaio».
La vita quotidiana di un disabile, comunque, per Mutti e Degiovanni è effettivamente una sorta di paralimpiade: «C'è un'infinità di piccoli problemi che non sono affrontati - ricordano -. Al supermercato qualcuno deve spingere il carrello. Se si deve fare un bancomat, non tutti gli sportelli sono all'altezza adeguata. Le pedane degli autobus non sono funzionali... e alcuni progetti elaborati dall'Università sono rimasti lettera morta».
«La verità è che noi costiamo», osserva con amarezza Mutti, che critica i tagli ai trattamenti economici (già non altissimi) previsti per le persone in difficoltà.
L'Anmic avanza lamentele ma anche proposte. La prima, provocatoria, Mutti l'ha rivolta alla giunta comunale negli anni passati e la rilancia oggi: «Basterebbe che gli assessori passassero un giorno in sedia a rotelle, per capire da vicino il problema». Non si tratta di un discorso politico, ma di parlare a chi ha poteri decisionali.
Altre proposte:
1) «Abbiamo chiesto che nel regolamento comunale sia previsto, a fianco della Commissione edilizia, un nostro tecnico, che guardi i progetti ed esprima un parere consultivo. Se non altro, le costruzioni nuove si possono fare senza barriere. Oltretutto, sarebbe un tecnico privo di gettone di presenza. Questo lo chiediamo... da 25 anni!». Senza successo.

2) Mutti auspica che l'accesso ai monumenti di Parma possa migliorare: al Battistero non c'è lo scivolo, quello del Duomo a suo giudizio è troppo scomodo, così come lo è la pavimentazione della Pilotta: «Abbiamo smesso di chiamare a Parma i pullman di disabili: fra la piazza del Duomo e la Pilotta, facevano una gran fatica».

3) Il presidente dell'Anmic propone una drastica riduzione dei permessi di sosta per disabili. Per combattere gli abusi. «Ci sono anziani costretti a letto: questi non hanno bisogno dell'auto e non dovrebbero avere il permesso per il parcheggio. Sarebbe meglio concedere permessi temporanei, di qualche giorno, ma non migliaia come oggi. Non di rado c'è chi ne abusa. Un esempio? Una sera al cinema ho visto una grossa auto parcheggiare nel posto riservato: il permesso c'era ma sono scese solo persone che camminavano bene...».

 

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