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Con la Gazzetta alla scoperta di San Francesco del Prato: visite in esclusiva

Con la Gazzetta alla scoperta di San Francesco del Prato: visite in esclusiva
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Laura Ugolotti

Una chiesa abbandonata, e il suo fascino senza tempo. Un complesso unico, che gli ultimi lavori di restauro hanno in parte riconsegnato al patrimonio artistico  e culturale della città.
Se la storia di Parma fosse un romanzo, la pagina dell’ex carcere di San Francesco sarebbe sicuramente indicata da un segnalibro, come quei passaggi degni di nota che non si vuole correre il rischio di dimenticare.
Chi si è trovato a passeggiare nel piazzale antistante la chiesa di San Francesco, probabilmente avrà avuto la sensazione di trovarsi davanti ad un tesoro nascosto, ad un potenziale inespresso, tale è la bellezza di un complesso di cui la città ancora non può godere.
Nonostante i recenti restauri completati dall’Università di Parma, infatti, il complesso non è ancora aperto al pubblico, e anche in passato lo è stato solo in rare occasioni.
Una mancanza a cui Gazzetta di Parma, grazie alla collaborazione con l’Ateneo cittadino, si è impegnata a rimediare.
Sabato 3 novembre, la Chiesa di San Francesco del Prato e la Palazzina Bettoli apriranno eccezionalmente le loro porte per gli Abbonati della Gazzetta che, accompagnati da apposite guide messe a loro disposizione, potranno finalmente conoscere da vicino uno dei tesori più preziosi della città e godere appieno della sua suggestiva bellezza.
Un’iniziativa esclusiva, che ha richiesto uno straordinario sforzo organizzativo, ma che oggi Gazzetta di Parma è orgogliosa di poter offrire ai propri Abbonati al costo di soli 5 euro a persona.
Un modo nuovo per premiare chi ancora sa coltivare il legame prezioso con la storia della nostra città, con un patrimonio artistico, culturale e di identità che, di fatto, gli appartiene e merita di essere valorizzato.
L’iniziativa è riservata agli Abbonati alla «Gazzetta», che potranno prenotare le visite guidate - per sé e per un accompagnatore - nei giorni e nelle fasce orarie disponibili.

La visita - Il contributo di Università e Intercral
L'iniziativa della Gazzetta non sarebbe stata possibile senza la collaborazione dell’Università degli studi di Parma e di Intercral.
All’Ateneo cittadino, che ha concesso l’autorizzazione per l’accesso a San Francesco del Prato e alla Palazzina ottocentesca del Bettoli, si devono i restauri del 40% dell’intero complesso; restauri che hanno permesso di recuperare un monumento del patrimonio storico cittadino e di riqualificare zone del complesso che potranno essere destinate a nuovi utilizzi.
Intercral ha messo invece a disposizione le proprie competenze organizzative: ha collaborato alla pianificazione dell’iniziativa e si occuperà direttamente - e a titolo gratuito - delle prenotazioni e degli ingressi.
«La nostra è un’associazione di promozione sociale - spiega il presidente Mauro Pinardi -; la diffusione della cultura è tra le nostre finalità e da 2 anni organizziamo visite guidate per far conoscere ai parmigiani i tesori della nostra città e di tutta la provincia».

La storia - Quel filo invisibile che la unisce al Battistero
Il futuro di San Francesco del Prato è un grosso punto interrogativo e il passato si perde nelle nebbie: date sicure sulla sua costruzione non ce ne sono. Di certo c'è solo che questa fu la prima chiesa francescana nell'Italia del nord e tra le prime realizzate in cotto nella nostra città. Il poverello d'Assisi morì nel 1226, e i lavori partirono poco dopo, per concludersi entro la fine del secolo, stando almeno a una cronaca del 1298, che cita la «ecclesiam novam Fratrum Minorum ». E' un enorme monumento alla devozione e alla generosità dei parmigiani, San Francesco. Costruito a suon di oboli, cementato dal sudore di chi non aveva altro da offrire che la fatica. Nel suo «letargo» polveroso, resta pur sempre la prova di un impareggiabile slancio di devozione, che diede vita a una sorta di «gara edilizia» tra ordini ecclesiastici. Che portò, in quel periodo, alla costruzione dei conventi di San Luca degli Eremitani, nel 1227, di San Pietro Martire dei Domenicani (1245), di San Domenico, di San Giovanni Battista e il monastero dei Servi di Maria. Nulla, nella progettazione, è affidato al caso o a meri criteri estetici. Nemmeno la scelta del luogo in cui erigerla (allora al di fuori del tessuto urbano) è casuale. Lo si scopre di fronte a una mappa della città: unendo la chiesa ai più importanti monasteri costruiti in quel periodo, si forma un rettangolo aureo perfetto. Qualcosa la unisce anche al Battistero: seguendo la linea immaginaria che parte dall'affresco di San Francesco, passa dal centro del battistero e si prolunga all'esterno, si arriva proprio all'ingresso della basilica. Il rosone, realizzato da Alberto da Verona nel 1461, contiene a sua volta una «cifra» particolare. Escludendo la cornice di cotto, il diametro è di 3 metri e 27 centimetri: la misura di una pertica parmigiana. Sono sedici i raggi che lo compongono, il numero che per gli occultisti medievali significava la dimora del Creatore. E come ultima dimora San Francesco fu scelta dalle più prestigiose famiglie della nostra città: vi furono sepolti esponenti dei Rossi, dei Sanvitale, dei Terzi degli Arcimboldi, dei Meli Lupi e degli Aldighieri. Anche l'orientamento della basilica è stato scelto con cura: dal rosone entrano i raggi del tramonto del solstizio d'estate, mentre l'abside «punta» la luce dell'alba del solstizio d'inverno. Orientata per accogliere le stagioni dell'anno, costruita per parlare la lingua della mistica, San Francesco non poteva però sopravvivere alle nuove ere della storia. Le truppe napoleoniche ne fecero scempio, smontando il prezioso coro ligneo intarsiato, l'organo (forse trasferito in una chiesa del contado) e il coro. Trasformata in carcere con tutto il suo complesso, la basilica diede l'addio anche agli affreschi quattrocenteschi di Jacopo Loschi e Bartolino de’ Grossi: rovinati per sempre. Sui muri furono aperte finestre, mentre l'interno fu diviso in piani e settori, nei quali si realizzò parte delle celle. La navata centrale divenne in falegnameria. Anche il campanile, eretto tra il 1506 e il 1523 fu trasformato in carcere: fu in una delle sue celle (di rigore) che venne imprigionato Gaetano Bresci, l'anarchico che uccise re Umberto I. Giovannino Guareschi, invece, fu rinchiuso in una cella dell'ex convento. Una di quelle che rimasero «attive» fino al 1992, quando il carcere si trasferì in via Burla. Lasciando qui le sue sbarre.rob.lon.

 

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Caratteri rimanenti: 2500

  • E. Piovani

    30 Ottobre @ 06.50

    non vedo l'ora. La prossima volta spero però di visitare la chiesa restaurata e in tutta la sua riscoperta grande bellezza! E' decisamente ora...

    Rispondi

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