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Orchestra del Regio, che finale amaro

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Pino Agnetti

Che triste e amaro finale. Il Regio, il «nostro» Regio, ridotto ad arena di diatribe e contenziosi legali di cui nessuno è in grado di prevedere né la durata, né tanto meno l’esito. Più volte, in questi mesi e da queste colonne, abbiamo esortato sommessamente chi di dovere a ricercare con la saggezza e la lungimiranza necessarie una strada diversa. La strada di una singola parte? No, quella del buon senso e dell’interesse generale della città e del suo maggiore e più amato teatro. Tutto fiato sprecato. Ed eccoci così agli sfratti e alle diffide a colpi di carta bollata. Insomma, agli stracci sbandierati pubblicamente e perfino con esibita baldanza. Con tutto quel che ne segue e purtroppo inevitabilmente ne seguirà per l’immagine stessa del teatro e ancora una volta di Parma. Perché la si può girare come si vuole, ma questa storia dell’Orchestra del Teatro Regio (scusate se la chiamiamo ancora così, sperando di non ricevere anche noi una diffida per l’uso improprio di tale nome) è ormai ufficialmente la storia di una orchestra (e di una azienda) espulsa dal luogo in cui ha lavorato per oltre un decennio senza che mai nessuno aprisse bocca, se non per lodarne la qualità. E dunque è la storia di una sconfitta per tutti. Dei diretti interessati, ovviamente. Come di chi li ha estromessi senza mai verificare se esistessero le condizioni per un accordo, o almeno per un confronto al termine del quale decidere semmai di separarsi «consensualmente» e alla luce del sole. E non in questo modo disastroso, fatto di veleni incrociati destinati ad allargarsi e a tracimare. Sempre su questa rubrica è stato scritto (e oggi ribadiamo) che il problema non era il diritto del nuovo corso politico di Parma a voltar pagina. A compiere cioè, anche in questo campo, le scelte - di management, organizzative e di riflesso anche artistiche - ritenute più gradite e opportune. Ma un teatro, per di più con il nome e la storia del Regio, non è una partecipata. Non è neppure un inceneritore. E’ un corpo vivo. E’ una risorsa culturale, civile ed anche economica straordinaria. Forse, e a ben vedere, la più grande di cui Parma disponga. D’altra parte, quando ancora gli inquilini dei Portici del Grano erano altri, ci eravamo sforzati di ammonire che organizzare il futuro (allora) Bicentenario Verdiano non poteva essere questione di mesi. Semmai, di anni. Ebbene, a due mesi esatti dal suo scoccare, l’unica cosa che siamo riusciti a combinare a Parma è lo sfratto di una orchestra! Di più: il divieto di fatto a quest’ultima a partecipare (contrariamente a quanto tuttora riportato sul sito del nostro Ministero degli Esteri) a «Italy Forward 2013», il grande anno della Cultura italiana negli Usa. Roba da «Non si uccidono così anche i cavalli?». Solo che, al posto dei poveri quadrupedi evocati nel titolo del film, stavolta ci sono alcune decine di musicisti, altrimenti definiti in modo vagamente svilente «strumentisti». Per quel che ci riguarda, sempre di lavoratori si tratta. Così come di una impresa, benché «privata» (per certuni qualcosa di ancora terribilmente inaccettabile) e non «pubblica». Quest’ultima in passato ha forse recato un qualche danno al teatro? Allora che lo si dica e lo si spieghi chiaramente anche a noi comuni mortali! Fugando così il dubbio di un mero «regolamento di conti». O di un ancor più allarmante «Chi non è con me è contro di me!» assai poco coerente con il tanto declamato «vento del nuovo» che dovrebbe cominciare a spirare anche sulle scene nostrane. Per il momento contrassegnate invece da un ben amaro finale, soprattutto di questi tempi già di per sé così difficili e aspri: qualche decina di musicisti a spasso e un gigantesco contenzioso legale appena agli inizi. Di cui, statene certi, saranno i parmigiani - e non altri! - a pagare i costi eventuali direttamente di tasca propria. Un altro dettaglio che ci impedisce di unirci a certi cori festanti. A certi sorrisetti dispensati con aria inutilmente altezzosa e sprezzante.

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  • Fred

    30 Ottobre @ 18.26

    Non ricordo "pianti e lai" per dirla con Nabucco quando la Toscanini venne fatta fuori per lasciar posto all'Orchestra del Teatro Regio. Uscirono e basta. Inutile dare la colpa al nuovo che avanza: la faccenda del caporalato imposto da Pellegrini agli strumentisti è roba da far rabbrividire, così come la gente che lavorava senza contratto, la multa per evasione contributiva e per finire il pasticcio tra la OTR e la "Nuova OTR" con cui non c'è alcun accordo. Si sono aggrappati a Meli credendo di poter continuare il giochetto all'infinito e hanno avuto quello che meritavano, anche se lo meritavano prima. Rimane poi il fatto che negli ultimi anni l'OTR suonava decisamente male e non poteva essere diversamente visto che era di fatto un'orchestra raccogliticcia. Speriamo comunque che questa sceneggiata finisca alla svelta: tutti i giorni un articolo sempre sullo stesso tema.

    Rispondi

  • strajè

    30 Ottobre @ 17.47

    Qualche giorno fa scrissi che Parma sta affossa.Un lettore,non so se parmigiano o foresto chiosa:osa di più sarebbe meglio:ma lo sa che affossare è riflesiivo,certo che loso,ma se il chiosatore sapesse qualcosa di più sarebbe meglio commentasse una verita palese Erga omnes (da tutti).ma se non si soddisfa posso affermare anche Parma affonda e lascio giudicare a chi saun pochino di italiano.indicare di chi è la colpa. Ciò premesso divo dire da vero parmigiano (purtroppo Wagneriano,ma non pro Bologna) che annegare l'orchestra del Regio per qualsiani basso motivo,quindi non suffragato da effewttive mancaze è un altro delitti per il quale parma affossa o se vi grada:affonda (nel ridicolo) o annega.

    Rispondi

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