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Il maggiore Renna: "Vi racconto il mio Afghanistan"

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Roberto Longoni

Il 4 novembre della Taurinense  confina con il 25 ottobre. Morì Tiziano Chierotti, quel giorno, e altri tre alpini furono feriti in uno scontro a fuoco a Bakwa. «La festa delle Forze armate, la celebreremo nel ricordo del caporale Chierotti: il vuoto lasciato da lui c'è e ci sarà sempre. Ma noi dobbiamo continuare la missione anche in suo nome - spiega il maggiore Mario Renna portavoce del contingente italiano e della brigata alpina Taurinense -. Saremo coinvolti in qualche diretta  con l'Italia. Per il resto, questo sarà un giorno come gli altri: si uscirà in perlustrazione e  seguiremo tutti i progetti avviati per la regione di Herat». Il 4 novembre in Afghanistan sarà un giorno come tanti («Non è nemmeno segnato in rosso: qui la festa è il venerdì, non la domenica»), da sovrapporre agli altri, che non  fanno notizia. «Troppo spesso in Italia s'ignora che qui  per ogni fatto sanguinoso ce ne sono molti altri positivi, ma che passano sotto silenzio». Come la solidarietà manifestata al contingente italiano dopo il 25 ottobre da tutti i capi villaggio della zona di Bakwa. «Un segnale importante, così come il minuto di religioso silenzio osservato dagli stadi in Italia: abbiamo sentito la vicinanza di tutto il Paese».
 La conversazione è chiara senza interferenze né ritardi da satellite. Sembra che  Renna parli da via Repubblica e non dal cuore dell'Asia. E' una voce che conosce bene la strada, la sua. «E' a  Parma che sono nato (come mio padre e mia sorella, mentre mia mamma è napoletana), il 20 luglio 1967. Ho abitato in via Duccio Galimberti, per poi trasferirmi a Monticelli Terme, dove sono rimasto fino al 1974». Ai luoghi dell'infanzia, Renna torna appena può: da turista innamorato. «Sarebbe così anche se non avessi  legami biografici, perché mi piace. Vengo spesso, con amici e parenti». Nel maggio 2005, il ritorno fu  per l’Adunata nazionale che trasformò un po' tutti in alpini.  «Ho un ricordo particolare della sfilata e soprattutto dei cori che si sono esibiti in ogni piazza - racconta -. Sono orgoglioso d'essere nato in un luogo bello come questo. Peccato non ci siano reparti  alpini a Parma, nonostante sia terra di penne nere: tornare ad abitarci, dopo tanti viaggi, è un’ambizione neanche tanto recondita». Ma la vita  -  e soprattutto la divisa - l'ha portato altrove. Roma, Bruxelles, Napoli, Genova e Torino, dove ha studiato, laureandosi in Ingegneria e in Scienze strategiche, oltre a seguire un master in Giornalismo. E' nel capoluogo piemontese che s'è arruolato. Dieci le missioni all'estero con la brigata Taurinense. «Tre in  Kosovo, due in Bosnia, una in Albania e quattro in Afghanistan». Nel 2011 con Mursia ha pubblicato  «Ring Road. Sei mesi con gli alpini in Afghanistan».
Renna è di nuovo laggiù: e ha trovato il paese diverso da come l'aveva  lasciato due anni fa, ai tempi della sua prima missione a Herat, dopo le prime due a Kabul. «E' migliorato. In realtà, è una minoranza a opporsi al cambiamento: la maggioranza della popolazione ha voglia di pace». L'Afghanistan del maggiore parmigiano è un mosaico di tessere anche sorprendenti per la loro normalità. Le studentesse all'università (il 40 per cento degli 11 mila  iscritti a Herat), il campionato di calcio, i negozi, i cartelloni pubblicitari, i ristoranti, la gente che cammina tra gli squilli dei cellulari e il traffico che procede a suon di clacson. Le luci di Herat: che  anche se a basso consumo (la rete elettrica è quel che è) sono mille e mille, come in ogni città che brilli di vita. E attorno le montagne brulle e affilate nel nulla, i villaggi sperduti, il silenzio attraversato dagli elicotteri a bassa quota. Una regione vasta quanto il nord Italia, da settembre di nuovo affidata alle 1.500 penne nere della Taurinense affiancate da truppe spagnole, americane e lituane (in tutto 3.400 militari). «Il morale? E' alto - afferma il maggiore -. Quando incontro i nostri alpini di pattuglia nelle basi avanzate, respiro una bell'aria. Li vedo motivati: sono contento di essere tra loro».
Strana missione questa, dove i successi si misurano in ritirate.  «Le forze afgane sono sempre più presenti e indipendenti. Su oltre il settanta per cento della regione il controllo del territorio è già affidato a loro. Tra esercito, polizia (suddivisa in tre distinti corpi specializzati) e guardia di frontiera,  hanno in campo un organico di 35 mila effettivi. Inoltre, i  soldati e i poliziotti afgani ormai pianificano le attività da soli. Si limitano a chiederci il supporto degli aerei o degli elicotteri o dei team contro gli esplosivi». Al contingente multinazionale comandato dal generale Dario Ranieri è affidato soprattutto un ruolo di assistenza e formazione. Anche se i soldati dell'Isaf sono impegnati con le forze afgane nelle zone nelle quali «è richiesta una presenza più marcata. E se in alcune zone c'è una recrudescenza degli attacchi è soprattutto perché l'esercito afgano esce sempre più in forze». Gli alpini sono divisi in tre task-force di fanteria, integrate ognuna da  una compagnia del 32esimo reggimento genio, oltre a elementi di varie specialità. Il terzo reggimento alpini di Pinerolo è schierato a Shindand, il nono dell'Aquila a Farah, mentre il secondo reggimento di Cuneo si trova a Bakwa. «Gli assetti aerei - spiega Renna - sono forniti dalla task force Fenice dell'Aviazione dell'Esercito, che dispone di elicotteri  Ch47, Nh90 e Mangusta e dalla Joint air task force dell'Aeronautica militare che ha in linea i cacciabombardieri Amx  e gli aerei da trasporto C130J e C27J, oltre agli aerei da ricognizione senza pilota Predator». Un compito fondamentale, quello dei droni. Controllano giorno e notte le strade lungo le quali possono essere piazzati gli ordigni responsabili di gran parte delle perdite dell'Isaf oltre che di numerose vittime civili. «Nelle ultime settimane ne abbiamo disinnescati 80. Nei tratti più difficili, si avanza anche a piedi e con i cani addestrati nella ricerca di esplosivi, perché gli ordigni spesso sono tarati per scoppiare sotto il peso dei veicoli». Ci sono pattuglie che controllano in continuazione il territorio: tenere libera e sicura la strada è uno dei compiti principali della missione, perché è sul fronte delle comunicazioni che si combatte una delle battaglie più importanti.
Altra minaccia (che sta allungando la lista dei caduti, soprattutto tra gli americani, e sta  moltiplicando i sospetti) è quella degli insorti in divisa amica. «Il caso di un infiltrato c'è stato, due anni fa. Un afgano  uccise uno dei nostri, ferendone un altro in modo gravissimo. Rimasto paralizzato, l'alpino ora vive in una casa domotica costruita per lui dall'Ana». Fu un episodio isolato, fortunatamente. Uno per migliaia di soldati e poliziotti locali addestrati dai militari dell'Esercito, Carabinieri, Guardia di finanza e dell'Aeronautica, impegnati a formare gli elicotteristi. «I nostri team - dice l'ufficiale - hanno un approccio diverso con le reclute afgane. Siamo più aperti, e anche questo ha il suo peso». Preparare gli uomini per garantire la pace e la sicurezza. E costruire le strutture per lo sviluppo dell'Afghanistan. «Dopo opere importanti come gli ospedali e il carcere femminile di Herat, stiamo realizzando una cinquantina di progetti finanziati dal ministero della Difesa e condotti dal Provincial Reconstruction Team-Cimic Detachment di Herat - l'unità militare costituita da specialisti del Multinational Cimic Group di Motta di Livenza e guidata dal primo reggimento artiglieria da montagna di Fossano - che agisce in coordinamento con le autorità locali, il ministero degli Esteri e le altre organizzazioni internazionali presenti nella regione occidentale. Di recente, è stato inaugurato il padiglione di una fattoria sperimentale per coltivare frutta e verdura adatti a questo clima e scalzare il papavero da oppio». Intanto, crescono le collaborazioni con la società civile afgana. «Con gli imprenditori e le associazioni femminili, con l'università, che ha undicimila studenti. Questa è gente che ha voglia di vivere, di fare e scoprire. Sono stupito dalla sua intraprendenza». Che sorprende ancora di più se è in rosa.  «Di recente, siamo stati invitati a Herat all'inaugurazione di un'emittente di sole donne: Radio Sharzad. La responsabile s'è formata a Roma, grazie a un corso tenuto dalla Rai». Sherazade che raccontava favole per sopravvivere. Sherazade che annuncia il riscatto in modulazione di frequenza.  Poteva a sua volta sembrare una favola, fino a poco fa. Invece,  è cronaca. Non solo, purtroppo, ma anche questo.

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  • marco

    04 Novembre @ 17.52

    Bravi militari, Max simpatia. Dico invece alla Politica: NON SIAMO UNA POTENZA, facciamocene una ragione. Pensiamo ai problemi di casa nostra (che sono anche finiti i soldi) ! .Andiamo solo a fare i manovali nelle GUERRE DEGLI ALTRI.

    Rispondi

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