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Parma-Sudan: filo diretto

Parma-Sudan: filo diretto
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Era partito a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi. Avevamo incontrato Andrea Tozzi pochi giorni prima della partenza. Ed ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.

Parma-Sudan – Filo diretto (3)

Cara Parma, ti scrivo…
… con meno ritardo rispetto al solito; qui è così, devi approfittare dei pochi momenti liberi che hai a disposizione per fare quello che magari hai in mente da diverse settimane; spesso capita che qualche imprevisto modifichi i tuoi programmi, dunque si vive alla giornata.
Questa volta vorrei parlarti di gesti, usanze, atteggiamenti: quella pletora di piccoli dettagli che ti fanno rendere conto quotidianamente che stai vivendo immerso in un altro mondo, in un’altra cultura. Sono cose a cui a volte devi saperti adattare; ma sono anche le stesse cose che contribuiscono a rendere appassionante questa esperienza.
Non ho in mente un ordine predefinito da seguire (e sicuramente non sarò esaustivo nel raccontartele), per cui chiudo gli occhi e mi lascio guidare dalle immagini. Vediamo cosa ne esce.
La prima curiosità non riguarda i Sudanesi, bensì gli Indiani. Eh sì, perché devi sapere che la maggior parte dei Salesiani in missione in Sudan sono di origine indiana. Gli indiani (almeno quelli con cui ho avuto a che fare io fin dal mio arrivo a Khartoum) scuotono la testa per annuire, anziché per esprimere dissenso. Quindi, quando sono d’accordo con quello che dici o proponi, iniziano a scrollare il capo. Ti assicuro che non è stato facile tarare la mia mente su questo comportamento, che ha continuato a cogliermi impreparato per un po’ di tempo, e nonostante fossi stato avvertito in anticipo di questa loro peculiarità. Le prime volte che ci trovavamo seduti ad un tavolo per pianificare il da farsi o discutere su come risolvere un problema, ci rimanevo male perché mentre illustravo, carico di buoni propositi, la mia opinione, vedevo il mio interlocutore assumere quell’atteggiamento che da noi avrebbe inequivocabilmente significato “Non se ne parla proprio”. Ci è voluto un bel pezzo per abituarmi, ed ora so che tutto è ok quando mi dicono di no, cioè volevo dire di sì… insomma, quando fanno no per dire sì.
Ma veniamo a qualche usanza sudanese. I sacchetti di plastica. Qui ne fanno un uso smodato. Nel mini-market di fronte al nostro ufficio capita che tu esca con tre buste per cinque oggetti: una è per gli alimentari (ma non dico frutta o verdura, parlo di biscotti confezionati), una è per i prodotti per l’igiene (dentifricio, detersivo), la terza racchiude le prime due. Spesso di fianco al cassiere c’è un inserviente addetto all’imbustamento. A volte ti forniscono una borsa anche per le confezioni di acqua in bottiglia, che come da noi sono già avvolte nel cellophane e spesso dotate di maniglia di cartone. Alla faccia del risparmio energetico e della tutela dell’ambiente.
Un modo di esprimersi molto buffo (per noi, si intende) che hanno i Sudanesi, decisamente pari allo scrollamento di testa indiano, è il gesto che significa “Aspetta, fermati, pazienta un attimo”. È un gesto, cara Parma, che noi conosciamo benissimo, ma che per noi riveste tutt’altro significato. Hai presente quando qualcuno ti dice “Cosa vuoi?” oppure “Cos’hai da guardare?” (per non usare espressioni decisamente più volgari)? E mentre lo dice, oppure anche senza dirtelo, solo mimando, racchiude i polpastrelli delle dita in un unico punto, con il palmo della mano rivolto verso l’alto? Ecco, quel gesto lì qui in Sudan significa “Aspetta” o magari “Fammi passare”. Le prime volte che lo vedevo, specialmente a qualche incrocio stradale, ero convinto che il suo autore volesse attaccare briga. Già che qui guidano in modo imbarazzante, come ben sai; in più, pensavo, ti devono pure insegnare come si fa; eh no, questo è troppo. Invece mi indicavano semplicemente di pazientare o mi chiedevano il permesso di svoltare per primi (perché qui, sai, a meno che non sia presente un poliziotto, gli incroci senza semaforo sono autogestiti dai guidatori). Anche a questo non è stato facile abituarmi.
Parlando di traffico e dunque di autoveicoli, mi saltano alla mente quelle che in Italia sarebbero considerate delle “pacchianate” incredibili: volanti e poggiatesta foderati di pelo leopardato, luci al neon intorno alle targhe, adesivi, bandiere sudanesi, pendagli, e chi più ne ha più ne metta. Può darsi che questa sia una costante dei paesi economicamente meno sviluppati, dato che anche in Perù e Madagascar mi sono imbattuto in quadretti simili. Ma qui mi sembra che il gusto per accessori di questo tipo sia maggiormente consolidato. E per sgombrare il campo da eventuali dubbi in proposito, ogni tanto negli uffici che frequento per lavoro fa capolino qualche uomo che il leopardo, o la tigre (ci vorrebbe uno zoologo), se la porta ai piedi, sfoderando un paio di mocassini di pelo da far crepare dall’orrore le vetrine dei negozi di via Montenapoleone.
Questo gusto per ciò che per noi ha tutti i contorni dell’eccesso, per usare un eufemismo, fa a pugni con il candore e la semplicità dell’abito tradizionale sudanese (mi riferisco ovviamente alla parte araba del Paese): la “jalabia”, una tunica bianca lunga fino ai piedi che si accoppia con una “shashia” (credo si chiami così, è una sorta di fez morbido) o con un turbante, rigorosamente bianchi pure quelli. Quando li vedi uscire dalla moschea vestiti tutti uguali, per un attimo lo giudichi un assurdo limite all’estro individuale e alla libertà espressiva; poi pensi ai mocassini leopardati, e capisci che tutto ha una spiegazione…
Finora, cara Parma, ti ho però parlato solo degli uomini. Eh sì, perché con le donne si apre un capitolo a parte. Lasciamo perdere per ora la profonda differenza sociale che nel mondo arabo (ma non solo in quello) esiste tra l’uomo e la donna. Sarebbe un discorso molto complesso, che probabilmente non sarei ancora in grado di affrontare con la dovuta conoscenza. Concentriamoci solo sull’abbigliamento. La donna (araba) sudanese mi ha positivamente stupito. Sai benissimo che qui non possono indossare abiti corti, e tradizione vuole che sui capelli e intorno al viso portino il velo; dunque, si può dire che hanno qualche opzione in meno per mostrarsi creative o, guardando la cosa con occhi maschili, seducenti. Ma forse proprio questo limite nelle scelte ha stimolato in loro il gusto per l’estetica, perché ti assicuro che puoi ammirare per le vie di Khartoum donne che, pur quasi completamente coperte, pur utilizzando abiti di taglio semplice e materiale non particolarmente pregiato, dimostrano un gusto e un’eleganza che da noi (e penso soprattutto alle ragazzine iper-truccate ed iper-sbottonate o alle signore di mezza età che non accettano di invecchiare) ce le sogniamo.
Avrei tanti altri aneddoti da raccontarti, cara Parma, molti di loro si stanno accalcando nella mia mente, ora che hanno saputo che quelli che sono arrivati per primi stanno per intraprendere un viaggio intercontinentale attraverso la rete. Ma chiederò loro di pazientare, in modo da non tediarti troppo con le mie chiacchiere e magari da lasciarti con quel pizzico di curiosità che spero non venga a mancare fin quando sarò lontano. Probabilmente la prossima volta ci parleremo di persona, festeggiando insieme il Natale. Ecco, se riesci, fammi trovare qualche giornata di sole. Non so come reagirei a ritrovarmi immerso nella nebbia dopo cinque mesi senza una nuvola.

Andrea

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