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Da Parma a Riga sui binari del treno dei «desideri»

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Di Stefano Rotta

L'Europa cambia con i suoi controllori, sul treno. Dal Parma-Milano dei pendolari, con le sue facce da sonno e il personale Trenitalia in giacchetta verde bottiglia, fin su, nel Baltico, a Riga, con il donnone alto e biondo, pronto ad aprirti una stazione a meno cinque con la nebbia, se hai bisogno di dormire. Sui convogli tra un confine e l'altro si aggirano lo svizzero fiscale, il tedesco professionale, il polacco con l'occhio del reporter, il lituano zelante, il lettone un po' nordico, un po' teutonico, un po' sovietico; tutti con una divisa d'ordinanza che li rende inconsci protagonisti del gioco di ruolo romanzesco così vicino al Deserto dei Tartari.
SEIMILA CHILOMETRI SU FERRO
Italia-Lettonia in ferrovia, dall'Università di Parma al carcere di Riga (meglio: dall'enoteca Fontana al Pub Victory), è un po' come srotolare un rullino di facce in negativo: facce di Po, facce di banca, facce sovietiche, facce del nord. Facce agricole, facce operaie, facce impiegate. Fino alle facce in galera, dei carcerati e dei carcerieri. Siamo in due. Con me c'è Lidia, di Bedonia: ha il sangue di montagna, nonché il passo. Curiosa del mondo, come chi è abituato ai boschi e agli sguardi dal crinale, fra le radure. Niente aereo per Riga, puro caso: un amico si è dimenticato i biglietti. Così è nata l'avventura dei seimila chilometri su ferro, tra incontri, sorprese, attesa, magia. Nei dintorni di Po, alle sette del mattino, si viaggia verso la metropoli. Dall'Emilia alla Lombardia, da Piacenza, da Lodi, a Milano. Tutti in piedi. Ventiquattrore e cartelle universitarie. Qualche pc, qualche giacca, tante barbe non sbarbate per la corsa. Una foschia d'atmosfera si leva dai campi intorno al Lambro; in Centrale il popolo brulicante del treno inizia la sua diaspora lavorativa. C'è però, sull'ultimo binario, un convoglio diretto a Ginevra. Lì su, nello scomparto, c'è Laura, professionista spumeggiante in viaggio per Losanna. Si innamora della nostra mattata, e scrive sul taccuino «Take care. Buon viaggio nella vita!». Incontro da treno: chiacchierata sulla vita di prima mattina (politica, filosofia, giornalismo), poi ci fulmina: «Tenete questi soldi, vi serviranno. Ci vediamo a Milano al ritorno per una cena». Accettiamo e promettiamo: «Cena sia, ma a Parma».
NELLA VALLE DEL RENO
A Briga, dietro il Cervino, c'è aria di neve. Comodi nei salottini del secondo piano, vediamo scorrere la Svizzera fino a Basilea, facendo tappa a Berna, sotto terra. Secondi sgarrati: zero. Di qui a Francoforte il passo non è breve. Ma il treno, silenzioso, ci culla nella valle del Reno, tra industrie, insegne, scorci di quel che rimane di antichi campi di battaglia e distretti automobilistici. Rifocillati e appesantiti con un Italian Sandwich di stazione, lasciamo la banchina per Berlino. Il treno, zitto zitto, raggiunge i 290 chilometri all'ora. Nella sera i tedeschi lavorano al pc, telefonano, rileggono plichi di carte. Tutti in fila, come in aereo. Su questo treno, l'unico, non ci si guarda negli occhi. Dormiamo. Anche se non sono nemmeno le sette. Berlino, piena di vita, ci scarrozza di stazione in stazione; alle nove e dodici, non un minuto prima, saliamo sui convogli per la Polonia, dove ci svegliamo la mattina seguente, il 30 ottobre. Il controllore sembra uscito da un'osteria della Val d'Enza; non parla inglese, e noi non sappiamo in quale stazione scendere, a Varsavia. «Nishta Warsawa – sillaba – fifte minute pojno». Vedendoci allibiti, pensandoci sordi, alza la voce fino a urlare, per spiegarsi meglio: vizio che sarà di molti, salendo verso Nord. Avvertiamo però di essere usciti dall'occidente, tutto sandwich, inglese e schizofrenia prestazionale. La sera prima, d'altro canto, va a lui il merito di averci spiegato a gesti che nel cuore della notte mezzo treno sarebbe andato mezzo a Varsavia, mezzo a Kiev. Non era il caso di sbagliare.
LA PORTA DELL'EST
La stazione, bigia, è un formicaio: davanti si staglia un casermone senza balconi, lungo, alto, con i corvi nel cielo. E' la porta dell'Est. La vita non manca. Molta gente affolla questo luogo fin dall'alba. Mancano le brioches, suppliamo con pan dolce spugnoso. Non esiste buon cibo in stazione. Domanda: perché i pendolari, in ogni dove, vengono trattati come piccioni? Sui convogli stracarichi verso la Lituania, nelle campagne polacche, scopriamo che un sano digiuno è meglio del becchime di sottopassaggio. Il paesaggio si apre, facendosi di fermata in fermata più largo e solenne. A Sestokai, oltre al primo fuso, cambiamo anche le ruote del treno. I binari dell'ex Urss sono troppo stretti per i nostri convogli. «Tutti nell'ultima carrozza», dice il controllore, l'ennesimo.
GENTE AGRICOLA E POLLI
I treni quassù si adeguano alle distanze: le camerette con tendina sostituiscono i sedili dell'Occidente frenetico. C'è tempo per leggere, per truccarsi (Lidia), per lasciarsi incantare dal mare verde, bruno e oro nel finestrino. Una pianura padana degli anni Cinquanta, per intenderci. Case sparse, umili, dignitose. Gente agricola, polli nei prati, vacche accovacciate lungo la ferrovia. E fino a Vilnius, in Lituania, rimane così: contadino e metafisico. Terra di formaggi, di patate barbabietole (sempre meno) e un po' troppo alcol per opporsi alle lunghe notti d'inverno, al silenzio e al gelo. Sul trenino a gasolio da Sestokai a Vilnius, quattro orette con il tramonto nei vetri, salgono uomini con giacche naif, la spilla, volti bonari di allevatori e paesani. Sembrano i cugini di quelli lombardi ed emiliani, d'antan. Sono terre di religione radicata nella terra, di fiumi e di campanili, di umidità e di maiali, di vacche, galline e rare ondulazioni del terreno. Ci sono anche vecchie signore che dimostrano vent'anni più dell’anagrafe, ragazzine morigerate, qualche suora, e una studentessa di medicina con lo schizzo di uno scheletro umano sulle gambe.
SULLA VIA DEL RITORNO
Il ritorno è più romantico, con le sue V-cities. Varsavia, Vienna, Venezia. Si parte, da Riga, in una sera di nebbia e gelo, il 3 novembre; a Karsava, quattro orette dopo, ci scaricano nel nulla, sul confine russo. C'è solo una stazione, fatata, chiusa. Scende il controllore del treno (le fermate sono un rito, nel grande Nord, non una tappa). Una donna. Dice qualcosa. Non capiamo. Va a prendere una chiave. Ci apre una sala, tiepida, linda, per noi. E' la seconda volta che succede, in Lettonia. Dormiamo beati. Alle 3.52 del mattino un altro treno a carbone passa a prenderci, viene da San Pietroburgo, va a Vilnius. Città moderna, mosaico di moda, Suv e antichi stenti. Deprediamo una pasticceria, e via verso il continente. Stiamo in treno tutto il giorno. Lo sentiamo ormai nostro. Caldo. Con le sue stanzette, i discorsi lenti, un libro di Benni. I controllori, ogni due o tre ore, vengono a farci visita. Non capiscono un'acca del nostro biglietto Interrail, e proseguono nelle loro vasche.
«QUI NON RIDE NESSUNO»
La notte del 4 novembre, fra Varsavia e Vienna, succede qualcosa di nuovo: un'ora di ritardo, su dieci di percorrenza. Perdiamo la coincidenza. Meglio così: a Vienna, in centro, incontriamo una cameriera bergamasca (valle Imagna) e un kebabbaro egiziano, felice dei nostri sorrisi: «Qui non ride nessuno. Non c'è il mare. Italiani, come egiziani, we are people of the sea». Torniamo allegri alla Sudbahnof, nei contorni di protagonisti dell'Odissea: il ragazzo di Alessandria (d'Egitto, non del Piemonte) ci ha regalato un cd di musica afro. Per sdebitarci puliamo il tavolo, accorgendoci che abbiamo mangiato kebab e birra alle 9.30 del mattino. Il treno si è fatto unica misura del tempo e dello spazio. Siamo un po' sballati. Coi tempi, coi desideri.
SALTATEMPO DI BENNI
L'Italia ci accoglie con le divise della Polizia di Stato alla frontiera di Tarvisio Boscoverde. Dopo un pomeriggio di sole ameno, prati, larici d'oro, castelli e vacche a far la guardia ai binari, siamo in Canal Grande. Max, forse accorgendosi che siamo viaggiatori e non turisti, si ferma al tavolo e ci offre del limoncello, dopo due pizze all'olio piccante. Clima da osteria della Bassa, più che da locale veneziano. Magie del treno, forse. Un acquazzone notturno si abbatte fra le calli. Ci rifugiamo in stazione. Si avverte la rima con disperazione. Cocainomani, prostitute, barboni. Cartoni per dormire, cartoni di vino. Sudicio. Non partono treni. Il primo, per Bologna, è alle 3.11. L'attesa è angosciante. Impossibile dormire, qui: non è psicosi, è realtà. Saltatempo di Benni, un po' di foto, ancora due parole sulla vita (molto Interrail), e via. Bologna, alle 5 del mattino (un'ora di ritardo), tiene al freddo sul binario i suoi primi pendolari. Gli annunci, oggi, sono per i «clienti» e non più per i «signori viaggiatori».

 

 

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