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"Ecco perché ho avuto il coraggio di denunciare"

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di Chiara Cacciani

«Lo considero un dovere per ogni educatore, quello di non tacere le cose che si vedono. Per correttezza verso i ragazzi e verso le famiglie che te li affidano. Ma se non avessi avuto intorno a me persone che mi hanno sostenuto, forse non mi sarei esposto in  modo così evidente. Ricordo bene cosa si prova in quei momenti». A raccontarlo  è Lorenzo Vecchi, l'educatore che con il suo esposto datato maggio 2008 ha fatto partire le indagini dei Nas sulla  residenza terapeutica «Cavanà». Le stesse che hanno portato all'arresto ai domiciliari del direttore sanitario Ron Shmueli e che ha coinvolto altri sette operatori, oggi indagati a piede libero.    
   Se n'era andato dalla struttura di Pellegrino nel novembre del 2007, dopo tre ore di «chiacchierata» dai toni alti con il coordinatore Matteo Ferradini. Tre ore in cui aveva vuotato il sacco e snocciolato tutto ciò che gli sembrava inaccettabile. E non ci sono le «fialature» a mo' di punizione e minaccia su cui si sofferma a lungo l'ordinanza del gip di Parma. «Non si faceva mai quello che noi chiamiamo “équipe”, il momento di confronto tra gli operatori: c'era  solo una sequela giornaliera di ordini da eseguire senza poter esprimere un'opinione diversa. Il lavoro dell'educatore veniva  sminuito, così come il dialogo che ci deve essere con i ragazzi. Non potevi parlare con loro di certi argomenti, non potevi avvicinarti a loro in certi momenti».

L'immagine che a Lorenzo è rimasta impressa è quella delle cene: «Noi in piedi dietro, con il compito di servire, e loro seduti a tavola in silenzio. In più dovevamo controllarli sempre, ad esempio quando fumavano. Si abbatteva in ogni modo  la loro autostima. Alla fine era ovvio che i ragazzi reagissero non volendo  parlare: ci vedevano solo come rompiscatole e controllori».
Allora aveva alle spalle 8 anni di esperienza da educatore, Lorenzo, «ma lì era diventato un lavoro snervante, castrante. Alla fine, all'ennesima fiala o all'ennesimo arrivo al mattino trovando i ragazzi “spenti”, si decideva di andarsene. L'ho fatto io, ma l'hanno fatto in tanti: la media di resistenza era di uno-due mesi, il record è stato, credo, di sei ore».        
Quando si è allontanato ha comunicato («in un “eccesso di correttezza”») la sua intenzione: rivolgersi al giudice tutelare. Un non tirarsi indietro, certo, ma rimanendo dietro le quinte. Poi qualcosa è cambiato. «Ci ho messo cinque mesi a maturare una decisione diversa. Mi sono confrontato con  amici, ho conosciuto Lella Fulgoni, del Comitato difesa malati psichici, e c'era anche chi mi diceva: “chi te lo fa fare di ficcarti in una situazione del genere?”». «So cosa si prova - continua l'educatore -:  sembra di intraprendere una lotta impari, a denunciare certe cose. Io ho trovato il coraggio necessario per andare in Procura grazie alla mia coscienza e quando ho capito di non essere solo. Da allora ho alternato sconforto a ottimismo, ma non mi sono mai pentito. Ero già contento che il regime a “Cavanà” fosse cambiato: i ragazzi mi raccontavano che dopo i controlli dei Nas non facevano più le fialature. E ora c'è il risultato di un'indagine che non fa passare più per matto un educatore, come sembrava un anno fa».

Nel frattempo anche un'altra ex educatrice della struttura si è fatta avanti con i carabinieri. «Ma ora che abbiamo fatto questi primi passi e ci siamo esposti, altri potrebbero dire qualcosa - afferma Lorenzo -. Perfino il mio bottegaio mi ha raccontato di un suo cliente educatore che alla notizia dell'arresto di Shmueli gli ha confermato cosa accadeva lassù». «Assolve», in un certo senso, alcuni degli operatori passati da «Cavanà», Lorenzo: «Alcuni erano accondiscendenti per ingenuità o per ignoranza in senso professionale: qualcuno non aveva mai svolto quel lavoro, altri uscivano dalla scuola di psicologia. Ti trovavi di fronte ai titoli professionali di un medico psichiatra  e ti facevi poche domande: certe cose le metti insieme solo con l'esperienza. Ma poi alla fine anche loro non resistevano e se ne andavano». Non si è mai pentito, lo conferma, Lorenzo: «Era un dovere verso i ragazzi e le loro famiglie».      
 

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