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Gente di provincia: Pietro Gnecchi

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Stefano Rotta

Pietro Gnecchi, partigiano, minatore. Nato nel 1925 a Bozzi, quattro case di arenaria fra il paese e il passo di Montevacà, fu uno dei pochi ragazzi in montagna senza un nome di battaglia: per tutti è sempre stato «quello di Bedonia». Liberato il paese dagli occupanti, lo ha ritrovato povero, a pezzi, senza possibilità di lavorare: il Dopoguerra per lui sono stati 29 anni di miniera in Belgio, 1700 metri sotto il livello dei prati, nelle viscere del carbone.
E’ anche uno dei pochi partigiani ad avere una stele da vivo: il suo nome sta scritto al Lago Santo insieme a quello del partigiano Facio, fucilato dai suoi stessi compagni. Infine, è l’ultimo al mondo nato in quel gruppo di case: negli anni Venti già svenato da decenni di fughe verso l’Europa e l’America. «Li ho visti morire tutti», dice degli altri «lupi» appenninici di quel sito dimenticato, dove neanche i tedeschi sono riusciti a rimanere. Infanzia a Bergamo, dai sette anni: mestiere carrettiere, si inerpica nelle valli prealpine trasportando di tutto. «Non c’erano macchine allora, andavo su fino a Lovere».
Fece domanda per entrare nell’Arma dei carabinieri, poco più che ragazzetto (intanto il padre è in Africa, soldato delle mire imperiali del Duce), ma venne il 25 luglio del ’43, («andò giù il fascismo») e la sua vita prese vento di quota. Con Facio si sono conosciuti alle Gabanne di Setterone, borgo nascosto alla fine di una strada di tornanti all’altezza di Pontestrambo, verso Santa Maria del Taro.
Entrambi fuggiti: uno dal carcere, dopo aver combattuto con la banda Cervi, l’altro dall’esercito e da una parte che non sentiva sua. «Hai il coraggio di tagliare la testa a uno?», gli viene chiesto. Sulla Cisa, finalmente, Gnecchi ottiene una baionetta. Nelle settimane prima, ai tempi delle nascenti formazioni partigiane, non aveva ancora un’arma. Partecipò all’assalto della stazione ferroviaria di Guinadi, sul passo del Bratello, presidiata da Repubblichini. La sua esperienza chiave si lega ai giorni del Lago Santo. Nove uomini (Dante - Facio – Castellucci, Luciano Gianello, Luigi Casulla, Giorgio Giuffredi, Lino Veroni, Giuseppe Marini, Terenzio Mori, Pietro Zuccarelli, Pietro Gnecchi) costrinsero alla fuga un reparto di circa cento nemici.
Sopra i nomi delle anime eroiche, e del vivo e vitale Gnecchi, queste parole: «Il grido di vittoria echeggiò per le convalli e insorse la giovane Italia». «C’erano due metri e mezzo di neve», comincia a raccontare. «La superficie del lago una lastra di ghiaccio. I tedeschi vennero messi sull’attenti dalle spie. C’era pieno, dalle parti di Corniglio. Ci hanno raggiunti subito. Dopo un’ora sono riusciti a circondarci. Noi dentro una baracca, loro fuori, con le divise grigio-verdi. Prendiamo subito qualcosa per barricare la porta». Da quel momento smise il silenzio del crinale, e cominciarono, fino alle ultime munizioni, gli spari. Da una parte italiani, dall’altra italiani e tedeschi. Guerra civile, in casa degli animali del bosco e di qualche, ultimo, pastore. I nazisti chiedono la resa. Dentro c’è gente dura. Hanno camminato per valli e valli a piedi, dormito per terra e si sono medicati le ferite da maschi, col più antico disinfettante: l’urina. Così Gnecchi ricorda l’attimo che cambiò tutto: «Tirarono una bomba a mano, con tubetti di esplosivo. Rimbalzò contro un ramo, tornò indietro ed esplose. Si creò una confusione enorme fra i nazifascisti, riuscimmo a uscire correndo sul lago gelato». Loro sanguinanti, 16 morti e 36 feriti dalla parte opposta. Furono 23 ore di combattimento. Fra di loro, senza dormire e senza quasi più colpi, anche un sardo, Gazzulla: «Non andremo in mano ai tedeschi», disse. La storia di Facio, cui mancano quattro mesi di vita, è nota e valorosa. Sulla sua fucilazione, Gnecchi dice: «E’ stata invidia». Poche parole da uomo a uomo, 67 anni dopo: «Combattente di fiducia, sapeva comandare. L’hanno ammazzato con un pretesto perché era coraggioso, dava fastidio a una parte del Pci».
 Seguono altre battaglie, per Gnecchi. Una di queste è alla Pelosa, sempre verso il passo del Bocco. Dal coltello alla baionetta, adesso ha una mitraglia. Mani fresche di guerra, quando dice «sì» davanti all’altare, a fianco di Lidia Mazzera. E’ il 27 aprile 1946. I due vivono ancora sotto lo stesso tetto: 65 anni di matrimonio. Narra altri fatti occorsi alla 12esima brigata Garibaldi e alla Monte Penna, con gli ultimi combattimenti a quote sempre più basse, Fornovo e poi San Secondo. Ricorda la fuga di pochi tedeschi sul Po, a bordo di barche rubate.
«Abbiamo vinto grazie alla popolazione», chiosa. Dai millesette del monte Penna, ai meno millesette della miniera. Dalle mine della seconda guerra mondiale, alla lanterna del minatore. Da Bedonia al Belgio. Dal 1950 al 1996. E’ il secondo atto della vita di Pietro Gnecchi. Oltre ad altri esseri umani con la picozza e le carriole, negli inferi girano anche topi, gatti e cavalli. «Più che altro perché avvertivano subito le fughe di gas», precisa. Fa carriera, Gnecchi, e arriva a capo di un gruppo di miniere con 3 mila dipendenti. Un lavoro non tanto di direzione, quanto di prevenzione: qualche morto ci scappa, per fughe e crolli, ma potevano essere molti di più, senza le sue conoscenze e il pronto intervento di chi ne ha viste di peggio.
«A volte si lavorava un mese solo per recuperare un paio di cadaveri», rammenta. Si va avanti di picozza, badili e martelli pneumatici. A cavallo fra passato e progresso. «Ho preso dei soldi», dice, «ma li ho guadagnati lavorando». Turni di otto ore. A fine carriera l’incarico più difficile: posizionare e innescare la dinamite. Sull’uscio di casa ha attaccato un cappello di cuoio, ci andava a minare. Conserva con cura la lanterna. E i disegni delle miniere, dettagliatissimi. Chissà se gratta in gola più la polvere da sparo, o il carbone?

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