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Gente di provincia - Giuseppe Bernini

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 Stefano Rotta

«Lei, di guardia ai muli».  E’ un ordine, l’alpino Giuseppe Bernini, 28enne, lo accetta. Ma di pessimo grado. Dopo tutti quei sacrifici, quelle sofferenze e quei martiri sul fronte greco-albanese, è l’ennesima beffa. Ufficiali e altri soldati sulla nave Galilea, per tornare in patria, lui, povero montanaro, con le bestie. E’ il 27 marzo 1942. Il Galilea, fiore all’occhiello della Marina militare italiana, parte dal porto del Pireo, il mitologico sbarco di Atene, in convoglio con le navi Crispi e Viminale.
«Nelle vicinanze di Patrasso – informa Cristiano d’Adamo, sul sito della Regia Marina – si aggiunsero i piroscafi Piemonte, Ardenza e Italia. Il convoglio lasciò Patrasso alle 13 del 28 marzo scortato dalla nave ausiliaria Città di Napoli, al comando del capitano di fregata (stessi gradi di De Falco, ndr) Ciani, il cacciatorpediniere Sebenico e le torpediniere San Martino, Castelfidardo, Mosto e Bassini. La Regia Aeronautica si occupò della ricognizione aerea difendendo il convoglio con caccia fino all’imbrunire». La storia racconta come finì il Galilea: silurato.
A Reno di Tizzano c’è ancora un vecchio di 97 anni, con gli occhi accesi e la carnagione olivastra, a dir com’è scampato: per destino. Bernini, penna nera in testa nel salotto di casa, è nato il 4 aprile 1914. Già sopravvissuto alla malaria in Albania, e a una scheggia di mortaio in Grecia, si vede una nave affondare davanti agli occhi. 
«Siamo andati in soccorso, ma c’è stato poco da fare», ricorda il vegliardo. In guerra, quest’uomo, perse (oltre a tanti mesi della giovinezza) il «fratello» Bruno Attolini, di soli 19 anni. Pensava, in quel giorno di primavera: «Chissà se ci torno, a casa». Questo anche perché vedeva il Galilea procedere più spedito in mare, e la loro imbarcazione, più modesta e carica di animali, annaspare. Basta poco per assistere alla tragedia: «Ho visto gente che si ammazzava per non annegare». 
Il Galilea era una nave passeggeri della Adriatica Società Anonima di Navigazione con uffici a Venezia e Trieste. Costruita dai cantieri San Rocco di Trieste nel 1918 con il nome Pilsa, fu venduta alla compagnia triestina nel 1935 e ribattezzata Galilea. I documenti del Lloyd di Londra descrivono la nave come una «passeggeri» con due eliche e motori a turbina, 8040 tonnellate di stazza lorda, lunghezza 443 piedi e 8 pollici, larghezza di 53 piedi e 2 pollici, pescaggio di 25 piedi e 11 pollici. La velocità nominale era di 13,5 nodi con una portata di 47 passeggeri in prima classe e 148 in seconda. In guerra, naviga però come «nave ospedale». Trasporta, prima del naufragio, una parte del battaglione Gemona e della divisione Julia (alpini). Tanti di questi, torchiati nel canale di Corinto, sarebbero stati poi spediti in Russia. Capitò anche a Giuseppe Bernini, cui, per il gelo, caddero tutti i denti. Nessun paragone va fatto con l’inimmaginabile fine della Costa Concordia. Siamo in guerra e non in pace, in mari difficili e non in zone balneari, il capitano è attento, non certo in vena di bravate. Anche i morti, spropositatamente maggiori: dei 1.275 uomini imbarcati sul Galilea, solo 284 furono salvati. Sono le 18 e 30, il convoglio doppia Capo Ducati, piove e s’addensa la foschia marina. «Alle 19 – informa sempre d’Adamo – le navi lasciarono la formazione in linea di fila e si divisero in due righe con la Viminale di testa a dritta e il Galilea a sinistra, circa 600 metri l’una dall’altra. Malgrado il convoglio fosse nella più completa oscurità, divenne preda del sommergibile inglese HMS Proteus comandato dal Lt.Cmd. Phillip Steward Francis. Questa unità aveva lasciato Alessandria il 12 marzo per una missione di perlustrazione nel golfo di Taranto. Infine, senza aver avuto risultati di rilievo, l’unità fu trasferita nello stretto d’Otranto dove affondò il Galilea. Dopo questo successo, il Proteus continuò la perlustrazione affondando, il 30 dello stesso mese, il Bosforo (3.648 t.). Il sottomarino rientrò ad Alessandria il 4 aprile».
Per caso o per destino, il giorno del 28esimo compleanno di Giuseppe Bernini. Il Galilea venne colpito alle 23.45, sulla sinistra. Squarcio di sei metri per sei. Sbanda subito di 15 gradi. L’agonia dura fino al 29 marzo, più lunga quella dei tanti italiani, madri soprattutto, senza neppure una salma da piangere. Alpini, in famiglia, sono anche il marito della figlia Delia, Walter Capitani, e il nipote Pascal, del 1977. Tornato a casa, comincia il duro lavoro nei campi. «Non ci ha mai raccontato nulla, di queste cose», dicono in casa. Garzone a 7 anni, cresciuto con la nonna per gravi lutti in famiglia, «mangiavo le cipolle per non morire di fame», dice della sua infanzia, primo dopoguerra italiano. «Miseria nera. Ho lavorato e basta». La pensione arriva nel 1976. In vita c’è ancora una sorella, Giuseppina, è del 1919, vive a Lugano. Nel tempo perso, fino a poco fa, «Settimana Enigmistica» e qualche sonetto ironico, scritto in foglietti nascosti nei cassetti. Tutto in dialetto. «Addirittura – racconta la figlia – per qualche mese, una trentina di anni fa, ha lavorato per progettare un modellino di ponte sullo Stretto di Messina». Lui, che se l’era un po’ dimenticato, adesso sorride, come per dire: non l’ho fatto io, ma non lo farà nessuno. Carattere schivo. Molto schivo. Quasi sempre ha rinunciato alle adunate. Lavora il legno. Si è costruito un tornio, il letto e l’armadio. Gli anni di matrimonio, sono sessantanove.  

 
 
 

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