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Gente di provincia - Dante Montagna

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Stefano Rotta

Tutto cominciò con una cartolina della Repubblica di Salò. Il dodici dicembre 1943, a Pizzo. La storia va a cercare le persone fino in fondo alle valli, fino in fondo alla pianura, che s’interrompe di lì a poco, con il fiume. «Non mi presentai e rimasi nascosto fino al mese di luglio del 1944». Un pomeriggio, la storia bussò per la seconda volta. Con un fucile, stavolta. Dante Montagna, classe 1925, diciassette anni, disertore. Lo dice lui stesso, senza timore. «Ero nascosto dalla famiglia Orzi, gente contadina, alla Fossa di Roccabianca. Andavo a pescare nel Taro, di giorno, per non farmi vedere». Viene fermato in bicicletta, sta rincasando da Sen Secondo. «Si chiamava Pietralunga. Mi chiese i documenti, “papìr, papìr”, voleva sapere perché non mi trovavo a militare, mi condusse al comando dei Repubblichini, i quali (scrive in una nota su carta intestata del municipio, ndr) mi portarono al carcere dei Repubblichini, nell’abitazione del signor Mariano Varalli. Dopo una settimana arrivammo nella Cittadella di Parma con un camioncino del signor Renzo Golini, a bordo, di controllo, una guardia repubblichina di cognome Guasti». Prossime tappe: carcere di San Francesco, poi campo di smistamento di Carpi a Modena. La terza, per molti ultima: Germania.  Montagna fu portato, agli ordini della fabbrica Bayer, a sgombrare le macerie dei bombardamenti. Seguirono lunghi mesi di fatiche, dolore, abnegazione e attesa, nei campi di lavoro oltre le Alpi. Storie – si dice sempre – tristemente note. Un giovanissimo agricoltore della Bassa, a Leverkusen, sradicato. «In treno come animali, solo qualche pausa per i bisogni. Controllati a occhi. Se qualcuno provava a scappare, si beccava una fucilata». Dalla disgrazia, la grazia. Germina in prigionia una meravigliosa storia di amicizia. Fra Dante, e Mario Dodi, di un anno più vecchio, padre dell’attuale sindaco di San Secondo. Quando arrivano gli Americani per la liberazione, i due non tornano subito a casa. Continuano a operare in fabbrica, ma senza le vessazioni di prima. Anzi, riescono persino a prendersi qualche simpatica rivincita. Come portarsi a casa un rasoio appena prodotto. Oggetto di pregio industriale, che rimane, gelosamente, a Pizzo, nelle mani di Dante, fino al 14 gennaio scorso. Oggi l’uomo, sentendosi non lontanissimo dal grande passo, decide di regalarlo   al comune di San Secondo. «Non avendo eredi diretti, mi piacerebbe che questo ricordo divenga patrimonio condiviso, e non vada perso», spiega Montagna.  Il primo cittadino organizza una mattinata di cerimonia. Tutto questo due settimane fa. Il 27 gennaio, invece, nel giorno della Memoria, Dante Montagna è stato insignito della Medaglia d’Onore. Un’altra cerimonia: la prima nella nebbia intima di un sabato mattina a San Secondo, la seconda nel mite inverno romano. Con il presidente Giorgio Napolitano, al Quirinale, anche il sindaco Antono Dodi, lui pure figlio di un costretto ai campi di lavoro, Mario Dodi. Ci sono ancora le lettere scritte dalle campagne padane verso la Germania, firmate dal nonno, Icilio Dodi.  «Mi fecero fare una fotografia a fianco di una lavagnetta – ricorda Montagna dei primi tempi delle sua prigionia – con indicato un numero. In seguito dovemmo fare un esame per dimostrare le nostre abilità pratiche». Arrivarono gli americani a bombardare la Bayer, ma le cose finirono molto dopo. Il 16 aprile del 1945, dopo mesi di camminamenti sotto la pioggia sul fiume Reno, viene liberato dagli Americani. Torna a Parma il 28 maggio 1948, dopo altri anni di lavoro in Germania. Piomba nella terra di Giovannino Guareschi (che ha conosciuto): prima si occupa della coltivazione del fondo paterno (Aurelio Montagna, classe 1887), in seguito autista di camion e operatore del Consorzio di Bonifica. Ritrova anche quella bella bicicletta Umberto Dei, ormai sgommata, su cui venne estirpato dal Mondo Piccolo. «L’aveva tenuta, nel frattempo, un fascista di San Secondo chiamato Alberto Maccaferri. Ricordo bene quando mio padre mi aveva portato a comprarla, 830 lire a Pizzo, dal signor Rino Bovis. Allora le spese si annotavano su un quaderno, anche per questo mi è rimasta impressa».
Dopo la guerra si schierò dalla parte dello «Scudo crociato», andando a Parma, con la sua Topolino, a far campagna elettorale. Come usava allora: girando in automobile, con la faccia di De Gasperi affissa. 

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  • Luisa

    04 Aprile @ 15.03

    Zio, sei un grande! Quando ti metti in testa una cosa, ci arrivi fino in fondo. Un grande riconoscimento dopo tante avventure.

    Rispondi

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