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"Ugo Magri, un fiore reciso dalla guerra e dalla violenza"

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Domani   in paese una via sarà intitolata alla memoria di Ugo Magri, deportato in Germania, quindi ucciso. La cerimonia è prevista alle 11.45, dopo che  dalle 8.30  saranno  deposti  fiori ai cippi e ai monumenti.   Dopo la messa delle  10.30, il corteo   sfilerà per le vie principali.  Il corteo raggiungerà la nuova via   poco prima delle  11.45, accompagnato dalle scolaresche del comune e dalla «Piccola Banda di Calestano». Lo studente Ugo Magri fu  deportato in un campo di concentramento nazista dopo il terribile rastrellamento di Calestano del 30 giugno 1944. Era il più giovane dei 150 deportati. I fatti sono  raccontati,  nelle righe che seguono, da monsignor Domenico Magri, fratello di Ugo, già parroco di Langhirano. «Mio fratello Ugo   aveva 17 anni quando è stato deportato e studiava al liceo scientifico Marconi. Quella sera, preoccupati per l’arrivo dei tedeschi in paese durante il giorno, eravamo in casa: papà Giovanni, mamma Clementina, i figli Rina, Lorenzo, Ugo, io (13 anni), Eugenio (9 anni). Per fortuna mancava Giorgio che era alla macchia sui monti di Canesano e per questo si è salvato dal rastrellamento. Sono entrati i tedeschi e hanno trascinato via Lorenzo e Ugo e anche il papà che aveva tentato di convincere i tedeschi a non portare via i due figli. Il giorno dopo siamo riusciti a fare rilasciare il papà e anche Lorenzo, presentando per lui il congedo illimitato dell’esercito italiano. Per Ugo non c'è stato niente da fare. «Al pomeriggio del giorno dopo, 1 luglio, è stato caricato sui camion con gli altri calestanesi, passando sotto le finestre di casa nostra e ha potuto così salutare la mamma facendo sventolare per lei la sua berretta. E’ stato portato prima a Bibbiano nel Reggiano, poi a Bologna, poi a Verona e infine in Germania a Gottingen in un campo di lavoro (Lager Egelsberg). E' doveroso a questo punto mettere in rilievo la coraggiosa opera della nostra sorella Rina, allora poco più che ventenne, per tentare la liberazione di Ugo. Partiva e andava ovunque c'era qualche possibilità a favore di Ugo: anche a Bibbiano, dove con la sua presenza ha evitato la fucilazione sul posto di Ugo, che era riuscito a fuggire dal campo, ma era stato ripreso.
«Siccome Ugo conosceva il tedesco, avendolo studiato a scuola, nel campo di concentramento in Germania faceva da tramite tra il comando tedesco e i prigionieri: era diventato così un prigioniero importante, anche se era il più giovane del lager, e questo alla fine non lo ha favorito. Il giorno 8 aprile 1945 stavano arrivando le truppe americane e i tedeschi avevano abbandonato il lager: almeno così sembrava ai prigionieri. Ne era rimasto ancora uno che si era attardato. I prigionieri ovviamente facevano festa. Quando il tedesco ha visto i prigionieri in festa, dopo un breve e drammatico colloquio con mio fratello, gli ha sparato al capo e poi è fuggito.
«Ugo non è spirato subito: una ambulanza americana lo ha caricato per portarlo verso le retrovie, ma dopo pochi chilometri, avendo notato che era morto, è stato scaricato sul ciglio della strada, vicino a un paese di nome Dransfeld nel cui cimitero è rimasto fino a quando, nel 1958, i suoi resti sono stati traslati ad Amburgo, nel cimitero di guerra per 6.000 italiani morti nel nord della Germania.
 «Nell’estate del '45 noi vedevamo ritornare alla spicciolata i deportati che scendevano dalla corriera   tra il giubilo dei famigliari. Ugo no. Solo a metà ottobre è arrivata la notizia   ufficiale della sua morte.
«Il dolore della mamma, del papà e di tutti noi si può bene immaginare. Ma almeno questo siamo riusciti a fare: nel 2004 abbiamo portato a Calestano, per interessamento delle famiglie dei fratelli, i suoi resti mortali, che ora sono sepolti con onore nel nostro cimitero, dove rimarrà per sempre, perchè al Comune di Calestano è arrivata una circolare del Ministero della Difesa per ricordare che la sepoltura di Ugo ha diritto di perpetuità, come tutte le sepolture dei martiri vittime della violenza di guerra.
«Di mio fratello ricordo che  era appassionato del mandolino e riempiva la casa con  le sue melodie.    Dopo l’8 settembre 1943, Ugo aveva fatto una scelta precisa nel suo cuore di italiano. Ogni giorno alla radio lo speaker leggeva quello che allora si chiamava il “bollettino di guerra” e cercava di mascherare le sorti disastrose della guerra per la Germania e per la Repubblica di Salò. Ugo lo chiamava Gildo, con tono dispregiativo e sperava in un crollo veloce della Germania e nella fine della guerra. E' interessante il brano della sua lettera, datata 18 gennaio 1945. Questo soprannome, da noi tutti conosciuto in famiglia, gli ha permesso di farsi capire, evitando la censura tedesca con questa frase ironica: “Sento che Gildo peggiora giorno per giorno. Domenico mi immagino sarà preoccupato per il suo stato di salute!”». Saputo dell'intitolazione della strada, don Domenico, Rina ed Eugenio si sono detti  molto riconoscenti al Comune di Calestano e   al sindaco in particolare. «Il nostro Ugo, questo fiore troppo presto reciso dalla guerra e dalla violenza bruta - hanno commentato -  meritava questo riconoscimento anche a garantire che la sua figura non cada nell’oblio: è questa la nostra speranza». Ugo Magri   editorialista della Stampa  non è solo un omonimo:   è    nipote di Ugo Magri.  E' stato il primo maschio figlio di fratelli di Ugo, nato dopo la guerra e gli è stato attribuito il nome a ricordo dello zio morto in Germania.

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