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Polesine - Podestà: "Lo sport mi ha fatto nascere per la seconda volta"

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Marco Federici

Il vento che torna ad accarezzare la faccia, a impastare  l'odore dell'asfalto con il    sapore della libertà. La seconda vita di   Vittorio Podestà - l'atleta del Barilla Blue Team che ha vinto due bronzi e un argento alle paraolimpiadi di Londra 2012 - comincia  il 13 luglio di nove anni fa:  c'è  il sole nella sua  Chiavari quando  per la prima volta sale sull'handbike e torna ciclista.     Lui che  considerava  la bici  «la valvola di sfogo»  che lo    «riconciliava con il mondo»,      l'amore che  aveva dovuto dimenticare esattamente un  anno prima, dopo quella maledetta sbandata che gli aveva  fatto perdere l'uso delle gambe. «Ma quel giorno in handbike - racconta   - ho capito  che  sono rinato per la seconda volta». 
Podestà era già uscito dalla  «bolla di vetro»  dove rischia di  rifugiarsi  chi subisce il trauma della paralisi, aveva già preso la vita di petto («Mi sono disperato solo una notte, ma  per il resto io  non sono mai cambiato»),  già era tornato al lavoro, già giocava a basket.    «Dopo l'incidente non ero  preoccupato di non riuscire a camminare - continua  Podestà - ma   di non poter andare in bici, io che ero un ciclista. Invece, quando sono salito sull'handbike, ho rivissuto le stesse sensazione che pensavo di dover seppellire per sempre. Quel giorno, facendo qualche chilometro a 15 chilometri all'ora,  una velocità a cui oggi non andrei nemmeno con il freno tirato, ho riscoperto qualcosa di mio, che apparteneva  proprio a me. Quel giorno ho davvero capito che le cose si possono vedere da un altro punto di vista. E' questo l'insegnamento che arriva dalla disabilità: si possono trovare modi diversi di vivere».  La sua lezione sui valori dello sport comincia alle dieci di sera in una sala del Cavallino Bianco a Polesine. Sale  in cattedra  su invito dei cral dell'Autocamionale della Cisa e di autostrade Centropadane (a tavola ci sono anche gli amministratori delegati  delle due società, Paolo Pierantoni e Francesco Acerbi). E per Podestà è  un pò un ritorno a casa: giovane ingegnere, dieci anni fa lavorava  in Autocisa, in «prima linea» sui cantieri dell'azienda. Viveva a Parma, allora.   Finì fuoristrada la sera del   19 marzo  2002 vicino a Bianconese mentre,  terminato il lavoro, stava raggiungendo  alcuni amici a cena.  Non un graffio, ma la rottura delle vertebre dorsali  determinò  la lesione del midollo spinale. Inutili  la corsa al  pronto soccorso  e l'intervento d'urgenza all'ospedale di Parma: le gambe rimasero paralizzate.   Da  allora lo sport è diventato  la  molla per affrontare il futuro.  Per Podestà  («Mi ha fatto davvero capire che  dipendeva tutto da me se la mia vita sarebbe stata costruttiva o distruttiva»),  come per Giovanni Zeni e Nazareno Petesi, campioni di basket e  tennis in carrozzina: anche loro  chiamati a raccontare  esperienze di vita e di sport.  La storia di Podestà è poi diventata la storia di un fuoriclasse dell'handbike (letteralmente, mano  e bici in inglese), categoria H2.  La storia di una carriera sportiva incredibile: campione italiano nel 2005 (e per altre sei  volte), campione del mondo  nel 2007. «La mia vittoria più bella,  arrivata un po' a sorpresa - racconta - Salire sul podio del campionato del mondo di ciclismo, visto che noi facciamo parte dell'unione ciclistica internazionale come gli altri, rappresentava un sogno:  sentire l'inno italiano dal gradino più alto  è stato  qualcosa di veramente  incredibile». Da qual momento in poi  per Podestà, come  ammette lui stesso, comincia il difficile perché diventa l'atleta da battere.  Eppure continua a fare incetta di medaglie:   si porta  a casa l'argento ai Giochi di Pechino nel 2008 e  il secondo posto ai campionati del mondo del 2011. Quindi  i  Giochi di Londra:  gli oltre  12 mila chilometri percorsi  in dieci mesi di allenamento  gli fruttano un   bronzo nella cronometro, un bronzo nella prova in linea e un argento nel Team Relay in squadra con Alex Zanardi (suo compagno alla  Barilla Blue Team) e Francesca Fenocchio. C'è il tempo per affrontare  molti temi, al Cavallino Bianco. Dall'«amicizia fraterna  con Alex» alla condanna del doping a tutti i livelli. Ma anche alla condanna di quella macchina del fango  che ha colpito  Fabrizio Macchi, terzo compagno di squadra, escluso dalle paraolimpiadi  di Londra perchè accusato di aver  frequentato nel 2007 un medico inibito dalla Federciclismo per doping  (in realtà l'atleta collaborava solo ad una tesi di laurea sui disabili nello sport richiesta dalla figlia del   medico),   ma poi  assolto dal  Tribunale nazionale per l'arbitrato dello sport. «Il mio sogno?  Insieme ad Alex Zanardi - conclude Podestà - vogliamo estendere l'handbike a tutti.  Sarebbe uno sport meraviglioso anche per un normodotato. Non si può fare solo perchè lo hanno praticato per  primi i disabili?  Assurdo. Certo i mezzi costano, ma il mercato non li offre perchè non c'è richiesta. Il nostro obiettivo è quello di abbassare i costi.  Con le ultime paraolimpiadi i londinesi hanno capito per primi che noi abbiamo  da dare molte cose  ad    una società che non sa andare oltre i soliti schemi, non guarda oltre il proprio naso».    
 

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