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Una carovana di "tavole"

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Stefano Rotta
Aria di vetro, stelle, bombardini. A Schia rimangono solo uomini veri, passata la mezzanotte, sulla neve. Uomini e tavole, in una sorta di gioco serio, dove adrenalina, natura, divertimento e umanità si fondono nel silenzio totale. Una cinquantina di «superamici», come si chiamano fra loro, una «costola dello Sci Club Cariparma», e tante capriole, voli, immagini: sono i Caio Riders. Francesco Orsi, classe 1984, fra i fondatori, ricorda i tempi mitici di quando ci si trovava in quattro gatti. Ora è una festa: luci, musica, voli per aria e voli in terra. «A 15 anni ho mollato lo sci per lo snow. Ai tempi in cui non ci lasciavano saltare, ci chiamavano tavolari», riavvolge il rullino. Nel park, sul Caio, quindi Parkaio, si esibiscono, divertendosi, piacevolmente scontrandosi, Marco Tarasconi, Niccolò Giuberti, Maicol Perego, Cesare Tarasconi, Matteo Brianzi, Nicoló Giuberti, Michelangelo Tarditi, Daniele Ficicchia, Nicola Bonini, Marco Schianchi, Luca Simonini. E tanti, tanti altri. Daniel Bocchi, fra i fondatori, sorseggiando un’ottima birra ghiacciata (non servono freezer, benvenuti in Appennino), parla con orgoglio di «struttura di livello, molto comoda per la città». Poi, molto volentieri, ricorda di quando «eravamo tre pazzi scatenati, adesso siamo una settantina». I nomi? «Alex Pellegrino, Alberto Menzani e io». Come siete partiti? «Ci rincorrevano con le pale, trattandoci come banditi, dicevano che rovinavamo le piste. C’erano anche Tiziano Bozzuffi e Walter Comelli, fra i «primordiali»». Poi lo snow è diventato una moda, non solo una moda, ma sicuramente ben più trendy di quando era una novità per pionieri. Prima sulle Alpi, ben dopo sugli Appennini. Dove questi ragazzi, i mitologici Caio Riders, sono partiti «da tre balloni di fieno», e ora costituiscono un punto di riferimento. Anche politico, per quanto riguarda la disciplina. Sì, perché Daniel Bocchi è responsabile all’interno della commissione regionale Fisi, per snowboard e free style; la sede a Bologna, là si prendono le decisioni per quanto riguarda le iniziative. Bozzuffi è invece uno degli otto consiglieri dell’organo. Confida Bocchi: «Alla prima apertura serale, nel vedere tutta quella gente mi è venuta la pelle d’oca. La passione che ci abbiamo messo, gratis, è ripagata ogni giorno dai ragazzi che ci caricano, si complimentano e ci danno consigli su come migliorare ulteriormente. Poi c'è anche qualche hater (invidia, gelosia, ignoranza), ma il bello è che non li abbiamo mai considerati e siamo sempre andati avanti con testardaggine e caparbietà, la ricetta si è rivelata vincente, noi ogni anno siamo di più e loro sono destinati ad estinguersi». Prosegue: «Abbiamo il gatto con operatore a nostra disposizione, portiamo un bel giro di gente e perciò siamo visti come una carovana festosa, a volte un po’ casinista, ma che rende anche per gli operatori di Schia: ristoranti e bar (non siamo proprio astemi...), alberghi e residence». Alberto Menzani, classe 1975, di Tizzano, raccontando i pregi della struttura, aperta a tutti, auspica arrivi «un maestro locale che tiri su una squadretta. Ci vorrebbe un po’ di formazione per i bambini, come avviene con gli sci club». Francesco Orsi, che di anni ne ha invece 28, sempre di Tizzano, racconta di gare «molto punk», ricorda l’epoca d’oro dei balloni di fieno, s’illumina spiegando come si tira avanti, «autofinanziandosi con tessere e magliette». Dentro si beve qualcosa di caldo, o di forte: fuori si salta, i ragazzi se la cavano, eccome. Numeri di sport e leggiadria. Aggiunge Orsi che sulle Alpi «sono un po’ più precisi (nel senso di chic, ndr), qui siamo ancora vecchio stile. E va bene così. Come una volta. Spirito genuino, montanaro. Quando non c’è il manto di neve, si lavora duro per movimentare la terra, creando i salti. E poi tutte le strutture per illuminare, i generatori, insomma: «un lavoro cane». Tutto per una lunga scia, anzi, Schia di successi. Una festa continua sulla neve. Continua finché il vento di mare non decide di portarsela con sé. 

 

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