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I longobardi in Valceno: una storia in 11 pergamene

I longobardi in Valceno: una storia in 11 pergamene
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Erika Martorana
È stata inaugurata nei giorni scorsi, all’interno del castello di Bardi, una nuova mostra documentaria dedicata alle famose «pergamene longobarde di Varsi»: si tratta di documenti unici, di grande valore storico, che risalgono all'ottavo  secolo.
L’esposizione ha come enti promotori i Comuni di Bardi e di Varsi, insieme alle associazioni «Il Cammino Val Ceno», il «Centro Studi» e la «Consulta Culturale» varsigiana. Sarà aperta all’interno della Fortezza di Bardi, fino alla fine del mese di ottobre.  Si può visitare tutti i giorni dalle 10 alle 19.
«E’ una mostra molto speciale - hanno commentato gli organizzatori -  Abbiamo messo a disposizione dei visitatori undici documenti, tra i sessantuno presenti in totale nel nord Italia, davvero di inestimabile valore, conservati fino ad oggi presso l’archivio capitolare di Piacenza».
In mostra vi sono quindi alcuni dei più importanti tasselli che compongono il puzzle del periodo longobardo, relativo al bacino del Ceno e dei dintorni. «La conquista longobarda- ha spiegato la dottoressa Patrizia Raggio dell’associazione Il Cammino - segnò una profonda rottura con il passato: la documentazione scritta, ad esempio, è molto più rara e a noi giunta in pochi esemplari anche per quella che è la produzione letteraria, limitata all’Origo gentis Langobardorum,  testo composto tra il 671 e il 688 e confluito nella tradizione dell’Editto di Rotari, emanato invece tra 636 e 652, e all’opera di Paolo Diacono Historia Langobardorum, redatta verso la fine dell’VIII secolo».
I documenti a tutt’oggi conosciuti per l’Italia del nord, comprendendo in essa anche la Tuscia, sono 256, tra pubblici e privati, e coprono un arco temporale che va dal 650 al 774 (fine del regno longobardo); la maggioranza proviene da centri minori, mentre per quelli redatti nelle città il numero maggiore spetta a Lucca.
Da Pavia, capitale del regno, ci sono giunte 7 carte e 18 diplomi regi, mentre altri, in numero comunque esiguo, sono rogati a Brescia, Milano, Cremona.
«Possiamo ipotizzare - ha detto Patrizia Raggio - che nel primo periodo di dominazione i re siano ricorsi alla scrittura in occasioni eccezionali. Lo stesso Editto di Rotari, redatto per mano del notaio regio Ansoaldo, costituisce comunque la prova evidente che prima della sua emanazione i longobardi erano vissuti ed avevano governato ignorando l’uso dello scritto, almeno in certi aspetti della vita sociale».
Di fronte alla distribuzione documentaria conosciuta, che privilegia i centri rurali rispetto alle città, non deve stupire più di tanto il numero di documenti rogati in una porzione di territorio che oggi consideriamo ai margini, ma che allora doveva avere ben altra valenza.
«Le undici pergamene di Varsi qui esposte - ha continuato la Raggio - contengono riferimenti al piccolo centro, alla sua pieve dedicata a San Pietro e ad altre località del bacino del Ceno. Le carte pervenuteci hanno un alto significato sia nei confronti della totalità dei documenti relativi al nord d’Italia, sia nei confronti delle scarsissime testimonianze coeve prodotte a Parma e Piacenza».
 

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  • giorgia

    22 Agosto @ 18.25

    Peccato che nella comunicazione (in nessun articolo, non solo qui) non sia specificato il fatto che in mostra NON CI SONO I DOCUMENTI ORIGINALI bensì soltanto pannelli esplicativi con riproduzioni fotografiche. Grossa delusione.

    Rispondi

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