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Fede e preghiera nella malattia. I medici: "Il valore terapeutico"

Fede e preghiera nella malattia. I medici: "Il valore terapeutico"
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di Lorenzo Sartorio
Da secoli ci si chiede se la preghiera allunga la vita, se fa ammalare di meno, se allevi il dolore e se addirittura faccia guarire in tempi più brevi.
 Uno dei massimi scienziati a occuparsi della questione è stato ed è Herbert Benson della Harvard University Medical School che ha studiato gli effetti della meditazione sulla pressione arteriosa, sull'equilibrio metabolico e sull'apparato respiratorio. Si tratta di un filone di ricerca di grande interesse scientifico che sta appassionando medici e ricercatori, filosofi e teologi. Un universo solo parzialmente conosciuto e solo poco o per nulla esplorato. Legami stretti fra emozioni e preghiera: qualche ricercatore sostiene che il nostro sistema nervoso sarebbe in comunicazione col sistema immunitario e in questo senso la meditazione e la preghiera potrebbero essere armi in più contro le malattie, perfino contro le malattie infettive. Meditazione e preghiera sarebbero volano di risorse positive contro la malattia. Alcune ricerche condotte con il massimo rigore scientifico hanno documentato in pazienti ricoverati in Unità coronaria, a causa di un infarto, che gli ammalati sorretti da una fede forte arrivavano allo step della convalescenza in tempi più rapidi. Altri studi hanno documentato i vantaggi sulla salute delle pratiche religiose: rimane fondamentale un lavoro scientifico pubblicato sul «British Medical Journal» nel 2002 che mostrava dati inequivocabili sull'effetto benefico del rosario (per la precisione-nel caso specifico-recitato in latino) sulla regolarizzazione del battito cardiaco e della pressione arteriosa in persone affette da scompenso cardiaco cronico. Cosa ne pensano gli addetti ai lavori?

Il cardiologo Reverberi: fede, antidoto alla depressione
«Dobbiamo distinguere - sostiene il cardiologo Claudio Reverberi - la sfera privata dall’ambito scientifico. Nel primo caso, chi è sostenuto da una grande fede (in una qualsiasi forma di religione) ha generalmente minori possibilità di incorrere nella sindrome depressiva che frequentemente colpisce il paziente. Il credere ci aiuta a trovare un senso nella nostra condizione di malati e ci fa sentire parte integrante dell’universo con benefici effetti sulla qualità se non nella durata della nostra vita. Nel secondo caso, un articolo, pubblicato sulla prestigiosa rivista medica Lancet nel febbraio 1999, ha preso in considerazione numerosi studi diretti a mettere in relazione la preghiera e la salute. L’articolo pubblicato da Lancet metteva fortemente in discussione i risultati di questi studi, compiuti, in molti casi, con grossolani errori metodologici. Credo si possa  affermare che, di fronte alla sofferenza ed alla malattia, come di fronte alla vita, ognuno trova le risposte che meglio si adattano alla propria sensibilità, alla propria educazione e formazione culturale, il link fra la sfera personale e la scienza è rappresentato dalla depressione psichica la cui cura ottenuta in ogni modo consente di combattere ogni tipo di malattia».
Il medico di famiglia Vescovi:  un aiuto terapeutico
«Io credo - osserva Maurizio Vescovi, medico di famiglia e esperto in malattie psicosomatiche - che il fattore fede rappresenti un plusvalore nell’ambito del dedalo dei possibili aiuti terapeutici. Il credo religioso e le convinzioni forti di una persona influiscono sulle emozioni più intime che vanno a costituire un universo di sensazioni, tutto ciò è in grado di poter modificare positivamente il decorso delle malattie. Preghiera e meditazione possono migliorare il grado di sopportazione allo stress procurato dagli eventi avversi. La fede aumenta le motivazioni e la preghiera consente di concentrare l’attenzione polarizzando le risorse sui processi di guarigione. Una forte concentrazione può avere correlati biologici neurologici importanti. Il vissuto emozionale a sua volta - come un pace maker - agisce stimolando secrezioni neurochimiche, le quali a loro volta agiscono sulla plasticità del nostro cervello attivando circuiti nervosi o creandone di nuovi. La fede illumina e dà speranza. E in questo misticismo sta il segreto del possibile correlato biologico. La fede fa sopportare meglio il dolore: lo posso tranquillamente sostenere alla luce della mia esperienza professionale».
Il professor   Volpi: la scienza e il ruolo della preghiera
 « Al momento - afferma Riccardo Volpi della 1ª Clinica Medica del nostro Ospedale -  esistono evidenze scientifiche che confermano un ruolo positivo svolto dalla preghiera o dalla meditazione nel migliorare la funzione del cuore. Mi riferisco a studi italiani ed Esteri (National Institutes of Health, National Center for Complementary And Alternative Medicine) che hanno messo in evidenza i benefici per la salute cardiaca derivanti dalla pratica della meditazione e dalla recita del Rosario che sfruttano le proprietà di controllo del respiro aiutando il cuore di pazienti affetti da scompenso cardiaco a regolarizzare il battito cardiaco con ricadute positive sulla pressione arteriosa. Sembra che queste pratiche possano influenzare positivamente il sistema neurovegetativo, il ritmo cardiaco, il tono vagale e le funzioni cerebrali con modificazioni nella produzione di neurotrasmettitori e ormoni. E’ da ricordare anche il ruolo importante svolto dalla preghiera che, attraverso il conforto religioso, limita lo stato d’ansia, lo stress psichico e le conseguenti ricadute sulla funzione cardiovascolare».
Il medico di famiglia Beltrami: un aiuto determinante
 «Nella mia attività professionale - sostiene Gian Franco Beltrami medico di famiglia - ho riscontrato in tante occasioni come la fede in corso di malattia rappresenti una delle qualità fondamentali dell’uomo e possa essere un aiuto determinante specialmente in un epoca in cui spesso si assiste ad un decadimento dei valori della famiglia . Essa può avere un impatto fondamentale sulla coscienza e quindi su tutte le funzioni della psiche umana sia a livello conscio che a livello di emozioni e stati d’animo contribuendo ad “aprire alla vita”, a dare coraggio, a fronteggiare gli ostacoli che la malattia può determinare. E questa forza emotiva e vitale che deriva dalla fede ma anche dalla preghiera è in grado, a mio avviso, di dare quelle energie positive che molte volte si riflettono anche sull'organismo portando anche al miglioramento delle condizioni fisiche e a volte alla guarigione di casi molto gravi».
Il professor Squarcia: se è vera preghiera, ha grande valore 
«Se è vera preghiera, se è vera relazione di figli con il Padre la preghiera ha valore terapeutico perché - sottolinea Umberto Squarcia professore ordinario di Pediatria e cardiologia pediatrica  della nostra Università - la preghiera di domanda (domanda di salute) paradossalmente è già una risposta. Una risposta che agisce sul piano mentale e psichico e attraverso l’intrinseca unione tra corpo e mente ha dei riflessi anche sulle funzioni vitali (circolo, respiro ecc.). Classico il lavoro pubblicato sul British Medical Journal (2002) circa gli effetti del Rosario sulla regolarizzazione del battito cardiaco e pressione arteriosa. Alcuni lavori scientifici hanno portato alla conclusione che la preghiera e la meditazione eliminano o riducono l’ansietà, le crisi di panico, lo stress e fanno migliorare la capacità di concentrazione, il rendimento scolastico, la creatività, lo stato di serenità mentale. Il rapporto tra preghiera e malattia vale anche in senso inverso. La condizione di malattia induce in tanti casi alla riflessione sui temi fondamentali della vita, alla meditazione e talora a vere conversioni. La storia dell’uomo e dei santi è ricchissima di storie di persone che dalla malattia sono passati alla santità. Da San Francesco a Sant'Ignazio, a tanti altri».
L'anestesista Cerdelli:  cambia la qualità della vita
«Penso - afferma l' anestesista-rianimatrice Erika Cerdelli - che abbia molto valore la preghiera e la meditazione nel miglioramento/outcome dei pazienti: anche se non cambia l’esito, cambia sicuramente la qualità di vita. La fede, quindi, può aiutare sul piano psicosomatico le persone malate. Ed allora ci si può spingere a considerare la fede come fattore aspecifico positivo all’interno dei processi di cura? La mia risposta è sì, anche se ritengo e non ho evidenze che ne cambi l’outcome. Cambia lo stato d’animo e la forza del paziente che affronta la malattia e accelera la guarigione, lenisce il dolore ma non cambia l’esito felice o infausto».

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