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Crisi

Vessato dalla banca: il giudice gli dà ragione

Un operaio, minacciato di pignoramento per un debito già estinto, ora chiede i danni

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Una storia tipica di questi tempi aspri. Ma anche una storia che invita a non mollare sui propri diritti, a far valere le proprie ragioni e ad avere fiducia nella giustizia. Con un cittadino «vittima» di una banca al punto da rischiare la salute e lo sfascio della famiglia, e un giudice che - almeno per ora - gli dà ragione.
Lo scenario è, purtroppo, consueto: un piccolo artigiano strangolato dalla crisi, che annaspa per salvare l'azienda e coinvolge nel naufragio i familiari, fra i quali un fratello, il protagonista di questa vicenda. 

«Mio fratello era disperato, non sapeva più a chi chiedere aiuto. Era fortemente esposto con la banca, un istituto di credito della Bassa. Ha fatto errori come imprenditore, ma non potevo voltargli le spalle», dice l'uomo, parmigiano, operaio in una grande azienda, una convivenza stabile con una giovane che fa la commessa, una figlia piccola e una casa ristrutturata con tanti sacrifici. Mai uno scoperto in banca, mai un problema con la giustizia, buona reputazione e un lavoro sicuro. Insomma, la persona ideale - per una banca - cui chiedere garanzie per quel fratello in difficoltà.
E infatti l'uomo firma una cambiale di 25 mila euro per un prestito chiesto dall'artigiano, nell'aprile 2008, all'istituto di credito. Ma il fratello non riesce ad onorare tutto il debito: lo spiega al familiare e gli chiede di saldare il residuo, annunciando che getta la spugna: chiuderà l'impresa.
Puntuale arriva al giovane operaio, nel marzo 2012, una dura ingiunzione di pagamento di 9.218 euro. Da saldare entro sette giorni.
L'uomo non perde tempo, raggranella il denaro e nel giro di pochi giorni con due distinti bonifici bancari (il 28 marzo e il 4 aprile) salda la cifra. Incontra anche il direttore della filiale, che gli chiarisce che la vicenda è chiusa. Non solo: con una lettera che oggi suona come una beffa, il 10 aprile la banca, dopo aver verificato i conteggi, gli invia un assegno circolare di un euro a 95 centesimi per «l'eccedenza relativa al bonifico da lei inviato per l'estinzione del debito». «Una cifra che naturalmente non ho mai ritirato, ma che mi rassicurava sulla definitiva risoluzione della pratica», dice il protagonista della storia.
Che frattempo scopre che sta arrivando un altro figlio e si imbarca in due progetti per la casa: una cameretta per il nascituro e un impianto fotovoltaico. Tutto fila liscio, la vita - dopo i patemi - riprende.
Fino all'estate 2012, quando arrivano al giovane operaio due telefonate «minacciose» - così le definisce - da un avvocato della banca che gli chiede conto di un debito di 16 mila euro: «Non riuscivo a capire, ho pensato anche ad un errore di persona. Ho messo tutto in mano all'avvocato di mio fratello, ma restavo abbastanza tranquillo, sapevo di essere a posto».
Ma non basta. La doccia fredda arriva il 24 settembre 2012 con la notifica di un decreto ingiuntivo di pagamento, sempre dalla stessa banca: di nuovo la richiesta di saldare 25 mila euro, che nel frattempo sarebbero lievitate ad oltre 30 mila per spese e more. Entro 40 giorni, pena il pignoramento dei beni.
In casa è il caos: una lite furibonda fra fratelli (perchè in effetti l'artigiano ha altri debiti residui, ma per i quali il fratello operaio non ha garantito); la compagna che, per lo choc, rischia di perdere il bambino; la prospettiva che la famiglia vada in bancarotta.
«Ero disorientato, per giorni ho bussato a tante porte in cerca di aiuto, non sapevo come gestire la situazione. I colleghi di lavoro mi dicevano: ‘rassegnati, devi pagare’. Alla fine mi è stato consigliato di rivolgermi al Movimento Nuovi Consumatori».
Gli avvocati dell'associazione di via Emilia Ovest prendono in mano la questione, studiano le carte. E, convinti che si sta consumando un sopruso, passano alla controffensiva: il 29 novembre viene presentata ai carabinieri di una stazione del reggiano (nel comune dove la coppia vive) una denuncia-querela per truffa contrattuale contro la banca.
Contestualmente, gli avvocati fanno atto di opposizione all'ingiunzione di pagamento, esibendo i documenti che dimostrano che l'unico debito per il quale il cliente aveva dato garanzia è stato ripianato.
La prima pronuncia del Tribunale di Parma è di pochi giorni fa e fa tirare un respiro di sollievo all'operaio: il giudice Francesco Cina accoglie l'opposizione all'ingiunzione di pagamento per inesistenza del credito vantato dalla banca, e fissa una nuova udienza il 3 dicembre prossimo. C'è anche da valutare, infatti, la richiesta di risarcimento avanzata dagli avvocati del Movimento nuovi consumatori nei confronti della banca per «lite temeraria», ossia aver agito in giudizio in mala fede e aver causato così danni all'operaio e alla sia famiglia: 30 mila euro.
«Gli avvocati della banca ci hanno telefonato, dopo la sentenza, proponendo di accollarsi tutte le spese processuali e di chiudere così la questione - dice il presidente del Movimento Nuovi Consumatori, Filippo Greci - Ma noi siamo intenzionati ad andare avanti e siamo fiduciosi che l'istituto di credito sarà chiamato a rispondere del suo comportamento. Abbiamo inoltre chiesto al giudice che, in caso di condanna della banca, la sentenza venga pubblicata su almeno tre giornali a tiratura nazionale».
L'operaio, intanto, parla di «incubo finito», e ringrazia «colleghi di lavoro e superiori che, in un momento così difficile, hanno coperto i miei turni di servizio in modo che potessi dedicarmi a sbrogliare questa matassa. Sono stati mesi terribili, che hanno messo a dura prova i rapporti familiari. Spero di essermi buttato dietro le spalle questa storia. Una volta per tutte».

 

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