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Infibulazione km zero

Il video parmigiano di Francesca Lombardi e Leonardo Dalessandri finalista al premio Alpi

Infibulazione km 0: copertina

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INFIBULAZIONE Km "0" from Leonardo Dalessandri on Vimeo.

di Francesca Lombardi

Ci sono donne che vivono tutta la vita con un segreto. Nessuno sa quante sono; ma ci sono. Chi ha provato a contarle (il Ministero dell'Interno), per l'Emilia Romagna ha scritto il numero 4.245. A Parma, però, nessuno dice di averne viste più di tre. Sono le donne vittime di mutilazioni genitali femminili, quelle a cui sono stati asportati, tutti o in parte, i genitali esterni. Quelle che il dolore lo hanno conosciuto spesso da bambine senza esserne più abbandonate. Quelle che senza scelta hanno rinunciato al proprio corpo.

PARMA & AFRICALe operazioni sugli organi genitali (MGF) vengono effettuate in alcuni Paesi dell'Africa subsahriana – Mauritania, Mali, Guinea, Burkina Faso, Etiopia, Somalia -, ma anche in Egitto, Nord Sudan, Eritrea. Qualche donna, da queste zone, arriva in Italia; qualcuna a Parma. Secondo i dati della Provincia aggiornati al 2009, le donne straniere sul nostro territorio sono 23.226: circa 2mila provengono da Paesi a tradizione escissoria, anche se le nazionalità più rappresentate sono Ghana e Nigeria dove le mutilazioni sono praticate in percentuali molto basse. Nei distretti sanitari di Parma, Sud – Est e Fidenza, però, emerge anche una presenza piuttosto importante di donne ivoriane (524), mentre nel distretto Valli Taro e Ceno, di egiziane (32). In questi Paesi, Costa d'Avorio ed Egitto, le escissioni sono invece molto frequenti. 

TANTE CULTURE, UN SOLO ESSERE DONNA Adele Tonini è una ginecologa che con le immigrate ha lavorato tanto. Di donne mutilate ne ha viste due: due sudanesi che dopo la gravidanza hanno deciso di non "ricomporre" la mutilazione e di ripristinare l'anatomia preesistente. "Da una parte all'inizio c'è stata una grandissima curiosità e molte aspettative su quello che avremmo potuto fare o insegnare, per esempio sull'educazione sanitaria contraccettiva - spiega -, ma è una sicurezza che abbiamo perso man mano. Cominci a capire che quello che è stato giusto per la nostra storia di donne italiane e parmigiane nella conquista dei diritti e della consapevolezza di che cos'è una cultura contraccettiva, non funziona allo stesso modo per le altre culture. Non è detto che ci sia una linea retta di progresso per le donne che conoscono i propri diritti e bisogni di autonomia. Da culture diverse si intraprendono strade diverse. Queste esperienze mi hanno insegnato che il dialogo fra donne è comunque molto facile: ci confrontavamo sulla sessualità e maternità, e tutto è stato superato dalla facilità con ci siamo capite su un piano diverso che non fosse quello della mutilazione". 

C'E' CHI DICE NO - Jacqueline è riuscita a dire no. L'ha aiutata un'altra donna, una delle otto mogli dell'uomo che avrebbe dovuto sposare in Costa d'Avorio. L'avevano deciso i suoi genitori, che sarebbe dovuta diventare la moglie di quell'uomo ricco e che per questo - secondo quanto aveva stabilito il futuro marito – avrebbe dovuto subire una mutilazione. Jacqueline aveva 27 anni e tanti progetti per il suo domani. Ha deciso di decidere, di disegnarlo lei, quel domani. E ha scelto di non essere infibulata. E' stata rinchiusa in una casa dove ogni giorno arrivavano persone a cercare di convincerla ad accettare un destino già scritto. Qualcuna la picchiava. Lei continuava a dire no: l'anno prima – per un'escissione - aveva visto sua cugina morire. L'avevano lasciata in un lago di sangue, senza chiamare i soccorsi. Jacqueline non poteva accettare. Così un giorno, approfittando di un colpo di Stato, un "angelo" le ha aperto la porta di quella prigione e l'ha invitata a scappare. Lei ha seguito il consiglio. "Ho cominciato a fuggire con tante persone nella foresta – racconta -. Abbiamo passato lì quasi tre settimane, poi siamo arrivati nel Burkina Faso dove ho incontrato nel campo di preghiera un signore che mi ha accompagnata in Togo. La notte del 15 giugno abbiamo preso la barca. Sulla barca ero nascosta dove nessuno poteva vedermi. Sono rimasta sul mare quasi un mese fino al 28 luglio: quel giorno non sapevo che ero in Italia. Di notte è venuto ad aprirmi: con la macchina abbiamo raggiunto Genova e abbiamo preso il treno per Milano. Poi mi ha lasciata. Sono rimasta nel bagno della stazione tutta la notte. La mattina ho incontrato un uomo che mi ha ospitata a casa sua e il giorno dopo mi ha portata a Parma, dove lui aveva fatto richiesta di asilo politico". Da quel giorno, Jacqueline è stata seguita da Ciac, Centro immigrazione asilo e cooperazione, che la sta aiutando ad ottenere lo status di rifugiata. 

QUELLE LEGGI "A META'" - Essere rifugiati è un diritto. Chi scappa dal proprio Paese perché vittima di persecuzioni o torture, deve ricevere protezione. Così, almeno, scrivono gli accordi internazionali. Fra i motivi di fuga, però, non sono previste le mutilazioni genitali femminili: per questo Jacqueline, che non ha voluto subire l'escissione, non ha ancora ottenuto il permesso di soggiorno. Le commissioni preposte per concedere lo status di rifugiata glielo hanno negato. E' di questo vuoto normativo che si discuterà venerdì a Palazzo Giordani, sede della Provincia di Parma, in viale Martiri della Libertà, 15.

CHI DICE SI', O NON PUO' DIRE NO - Nei Paesi dove essere infibulate o escisse è la regola o quasi, c'è chi pensa sia meglio non porsi troppe domande e accettare la tradizione. Tina, eritrea, a Parma da tanti anni, ha lavorato in Sudan per una famiglia con cinque bambine. Tutte erano state infibulate. Tina è diventata amica di una di loro che dopo l'operazione è dovuta rimanere a letto un mese: le raccontava del dolore, di quanto fosse difficile avere a che fare con un corpo che non avrebbe voluto. Con lei, dice, ha pianto tanto. Tina stessa, da giovane, racconta di aver dovuto accettare un matrimonio combinato: aveva 15 anni, e a 16 aveva già un figlio. Anche un'amica di Lea, ivoriana, ha subito una mutilazione. Alla sua prima gravidanza, il bambino è morto è ora non può più avere figli. "Se due forzuti ti prendono e ti portano in un villaggio non potrai più fare nulla - spiega - e anche se la mamma non vuole è il papà che decide e la moglie non può dire nulla. E' per questo che spesso le donne africane si sono ribellate".Qualcuna, però, continua a dire sì. Anche in Italia. Victoria, del Burkina Faso, spiega che alcune tornano nei loro Paesi per fare mutilare le loro figlie o per partorire (e quindi essere di nuovo infibulate). Una ragazza, addirittura, dice di essere a conoscenza di operazioni clandestine in Italia, che verrebbero effettuate in case bergamasche. 

CHI CAMBIA STRADA - Molto sta cambiando. Tante, tantissime sono le donne mutilate che decidono di non fare infibulare le figlie, e le percentuali di vittime di mgf calano di generazione in generazione. La mamma di Cleopas Dioma, presidente dell'associazione africa "Le Resau" è una di quelle che ha deciso di non fare mutilare le figlie: una scelta coraggiosa, che l'ha portata a litigare con sua madre. Ora in molti Paesi queste pratiche sono vietate dalla legge, e sono attivi numeri verde da chiamare in caso di necessità o per segnalare violenze e soprusi. Molte donne in Africa stanno alzando la testa.

"RIFLETTIAMO ANCHE SUL NOSTRO CORPO" - Che cosa sono le mutilazioni genitali femminili? Per l'antropologia culturale, spiega la sociologa e antropologa Vincenza Pellegrino, "sono dei dispositivi che regolano l'alleanza fra uomo e donna governando il corpo femminile e iscrivendolo in un ordine che non è naturale, ma simbolico- culturale". Questi dispositivi di equilibrio fra sessi, continua, ci sono in tutte le culture, anche nella nostra, che prevede per la donna precisi ruoli, compiti e perfino una forma del corpo. Per questo, dice la sociologa, l'interesse dell'mgf sta oggi tra donne di diverse culture. "La sessualità è in gioco anche da noi e anche la manipolazione del corpo. Per esempio, sia in Europa che in America crescono le ricostruzioni dell'imene, le plastiche al seno le forme di piercing sul clitoride da parte di donne giovani e anche di donne mature."
Proprio perché la riflessione sul corpo riguarda donne di diverse culture, l'azienda Usl e l'Università di Parma hanno dato vita a un progetto che iscrive il tema all'interno dell'identità sessuale di genere. (Il primo seminario si terrà alluniversità il 14 maggio)Si tratta di un lavoro di ricerca che entrerà anche nelle scuole e coinvolgerà uomini e donne di diverse generazioni e nazionalità. Per chiedersi cos'è un corpo, chi lo manipola e chi può manipolarlo e "per non rimanere ancorati a un'immagine di mondi separati che non riflette più la realtà".

 

 

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