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Oscar, l'emozionante notte delle stelle

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Polanski  non lo ha ritirato per evitare l’arresto, Brando ha mandato al suo posto una giovane comparsa vestita da indiana, George C. Scott (che vinse per «Patton») lo ha addirittura rifiutato: «La vita non è una gara», disse. Sarà. Eppure, è lo zio che tutti vorremmo ospitare in casa: uno di quelli che conoscono un sacco di storie e ci rendono orgogliosi di mostrarli agli amici. Perché ce la possiamo raccontare finché volete: ma non c’è premio, né riconoscimento, né pubblica o privata acclamazione che conti, valga o significhi di più di quella statuetta luccicante alta 35 centimetri e pesante 4 chili che confidenzialmente chiamiamo Oscar… Le buste che si aprono lentamente, le facce dei candidati, i sorrisi forzati degli sconfitti, gli abbracci liberatori dei vincitori: nulla è paragonabile a quel momento. Che dura, tra alti e bassi, clamorose esclusioni (come brucia quella di «Gomorra»…) e magic moments, da 80 anni, portati con  distinta ma effervescente eleganza.
 La prima volta fu nel maggio del ’29: la grande crisi era alle porte e la gente aveva bisogno di sognare. Trionfò un film che nessuno (tranne forse il dottor Alpi e pochi altri…) ricorda più («Ali» di Wellman), adesso buono solo per le statistiche e l’albo d’oro.
Ma quello che conta, ora che la crisi, con la violenza che le è consona, torna a sedersi, non invitata, alla nostra tavola, è che l’Oscar – «the biggest movie event of the year» come lo definiscono gli americani, che amano i superlativi quasi quanto gli hot dog - ha mantenuto intatto il suo fascino, ampliandolo a dismisura anzi, trasformando col tempo una serata di festa in un evento globale, trascinando sul red carpet, dove l’industria dei sogni dice smile, tutto quel mondo variegato e variopinto che ancora cerca traccia di sé dentro la magnifica illusione di uno schermo. Mentre gli States, da Roosvelt a Obama, inseguono un  altro new deal, la macchina degli Oscar (che verranno consegnati domenica) si è già messa in moto: seimila votanti (gente di cinema che giudica il cinema) danno forma a una statuetta che tra rame e nichel conserva in sé anche qualche dorata reminiscenza a 24 carati. Il vero lusso però è il segreto: solo i notai della Price Waterhouse conoscono, due giorni prima della notte delle stelle, i nomi dei vincitori. Ma le buste che scottano i presentatori le ricevono appena 5 minuti prima del fatidico annuncio. Da lì in poi tutto può succedere: le lacrime senza fine della Berry, un uomo nudo che corre sul palco dietro un impassibile David Niven, Benigni che sale in piedi sulle poltrone, Fellini che dice alla sua  Giulietta «please, stop cry». 
E’ l’Oscar, bellezza: 3 ore seduti ad attendere un momento che forse non arriverà mai, tutti con il loro bravo discorsetto di ringraziamenti nella tasca dello smoking, nella speranza che l’Academy non si dimentichi proprio di noi. Perché la storia – e il mito - degli Oscar è fatto anche di questo: di sconfitti a volte più illustri dei vincitori, di endemiche, e inspiegabili,  antipatie, di patetici risarcimenti fuori tempo massimo.
Per una strepitosa Meryl Streep che ha collezionato 15 nomination (record assoluto tra le dive: Kathrine Hepburn si è fermata a 12…) aggiudicandosi due statuette, c’è  chi lo zio Oscar lo ha visto solo in fotografia. Sono stati dimenticati epici giganti come Chaplin e Hitchcock, non c’è mai stato feeling con la Garbo e Cary Grant, ha fatto penare fino all’imbarazzo Paul Newman e Martin Scorsese, che l’hanno vinto solo dopo diversi tentativi.
E’ comunque andata meglio a loro che a Marilyn Monroe, mai nemmeno candidata, e a Welles e Altman, sempre sconfitti tra i registi: un po’ come se non avessero mai dato il pallone d’oro a Van Basten e Platini… Ha senso? No, nessuno. Ma fa parte del gioco.
E a volte (vedi i Coen l’anno passato) vince davvero il migliore. Tanto che può anche capitare che l’unico regista italiano capace di aggiudicarsi l’Oscar per il miglior film dell’anno (e non solo quello riservato agli «stranieri») sia cresciuto a Baccanelli, Parma. Lui, Bernardo Bertolucci, aveva già capito tutto ai tempi: «L’ultimo imperatore? E’ stato più faticoso promuoverlo che girarlo…».
Non era solo una battuta: e ne valse, comunque, la pena. Nove statuette in salsa mandarina, ma con accento pramzàn. Perché se dici Oscar non dici solo cinema: ma business, marketing, dvd spediti «for your consideration», pagine intere acquistate su «Variety», santi, navigatori e pop star da fotografare la sera della prima.
Poi non è che l’Oscar porti sempre bene: la Paltrow, splendida in «Shakespeare in love», è un po’ sparita, Kevin Spacey, vinto il secondo, ha avuto più bassi che alti, lo stesso Benigni (migliore attore ’99, là dove nemmeno Mastroianni riuscì mai) ha perso colpi.
Qualcuno non ha nemmeno potuto godere del trionfo: Peter Finch se lo è aggiudicato  postumo, così come presumibilmente se lo vedrà assegnare quest’anno lo sfortunato Heath Ledger, ghignante Joker dell’ultimo «Batman».
 E non tutti i «laureati» sono rimasti impressi in calce nella memoria: se gli anni ’30 e ’40 contano vincitori-archetipi come «Casablanca» e «Via col vento», nei ’50 e ’60 vinsero anche filmoni sopravvalutati come «Il giro del mondo in 80 giorni» e «Ben Hur», mentre nei ’70 la new Hollywood spazzò via (con film come «Qualcuno volò sul nido del cuculo», il doppio Coppola de «Il padrino» e «Un uomo da marciapiede») l’aria vecchia e stantia degli studios.
Gli edonisti ’80 applaudirono invece il ritorno del kolossal («Gandhi», «La mia Africa»), i ’90 segnarono la rivincita dei generi (da «Gli spietati» a «Il silenzio degli innocenti»), mentre il terzo millennio si è consumato (qualche titolo? «American beauty», «Crash», «Million dollar baby»…) nel nome del cinema d’autore. E adesso? La storia continua. E tutto – è il bello degli Oscar – può accadere: anche che un (relativamente) piccolo film indiano diretto da un ex punk inglese dia battaglia a un kolossal a stelle e strisce che racconta un’America nata vecchia e morta bambina. And the winner is...
 

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