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Amicizia e illusioni infrante: in fiamme lo spazio dove mettere i sogni

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Valeria Ottolenghi
Uno spettacolo di grandissimo valore a più livelli. Si era già incontrato «La società» - al festival di Castrovillari - e non solo ora ha emozionato nuovamente, ma, nello spazio Bignardi di Teatro Due, il pubblico vicino, e forse anche per il ritmo più intenso, si sono apprezzate meglio le molteplici forme di coinvolgimento, anche per i diversi ruoli all’interno del racconto, una drammaturgia di grande intelligenza e una recitazione impeccabile, singolarmente e nelle relazioni tra loro degli interpreti. La figura motore degli eventi, della narrazione, è zio Melo, che non appare mai direttamente in scena: all’inizio si scopre che sta morendo nella stanza accanto, un evento che si sta aspettando da tempo, uno strazio vedere un uomo di grande dignità e pensiero consumarsi così, spegnersi a fatica. Ed è la sua fine a segnare il passaggio di luogo: dalla casa privata agli uffici del locale, il 115, di proprietà, per le stesse percentuali, di Salvo (il nipote di zio Melo), Ugo e Vittorio, cui si era aggiunta Luba, la badante rumena (suo il dieci per cento). Ma «La società» - testo e regia di Lino Musella e Paolo Mazzarelli, che sono anche in scena affiancati da Fabio Monti e Laura Graziosi - intreccia meravigliosamente diversi piani, di sogni infranti, di amicizie spezzate, di interessi economici, di legami affettivi, di rivalità e delusioni, una complessità che, come spesso nelle opere teatrali di maggior pregio, vive dentro a un’alta tensione che tiene il pubblico costantemente vigile, attento, affascinato. Perché era stato zio Melo a decidere di comprare, cinque anni prima, quel locale precedentemente bruciato per ottenere i soldi dell’assicurazione, per suo nipote, lasciandolo però poi in eredità in ugual misura anche suoi amici: una delusione per Salvo, così confesserà, che aveva avuto un rapporto denso di più sfumature con quello zio, comunque sempre importante nella sua vita (magnifico quel monologo/ ricordo al campo scout intrecciato al racconto del Grande Inquisitore). E Luba è incinta. E ci sono idee diverse sulla gestione del locale. E c’è chi lavora di più e chi meno... L’ultima parte - un nuovo incendio, con crolli - svela una sorta di circolarità, con l’azione che ritorna all’inizio di quell’avventura, tra le mani di Salvo la lettera/ dono dello zio: «A volte per far strada a un sogno serve uno spazio in cui metterlo...». Bello, meritato, lo scroscio di applausi al termine, anche con molti «Bravi!» dal pubblico.
Valeria Ottolenghi

Uno spettacolo di grandissimo valore a più livelli. Si era già incontrato «La società» - al festival di Castrovillari - e non solo ora ha emozionato nuovamente, ma, nello spazio Bignardi di Teatro Due, il pubblico vicino, e forse anche per il ritmo più intenso, si sono apprezzate meglio le molteplici forme di coinvolgimento, anche per i diversi ruoli all’interno del racconto, una drammaturgia di grande intelligenza e una recitazione impeccabile, singolarmente e nelle relazioni tra loro degli interpreti. La figura motore degli eventi, della narrazione, è zio Melo, che non appare mai direttamente in scena: all’inizio si scopre che sta morendo nella stanza accanto, un evento che si sta aspettando da tempo, uno strazio vedere un uomo di grande dignità e pensiero consumarsi così, spegnersi a fatica. Ed è la sua fine a segnare il passaggio di luogo: dalla casa privata agli uffici del locale, il 115, di proprietà, per le stesse percentuali, di Salvo (il nipote di zio Melo), Ugo e Vittorio, cui si era aggiunta Luba, la badante rumena (suo il dieci per cento). Ma «La società» - testo e regia di Lino Musella e Paolo Mazzarelli, che sono anche in scena affiancati da Fabio Monti e Laura Graziosi - intreccia meravigliosamente diversi piani, di sogni infranti, di amicizie spezzate, di interessi economici, di legami affettivi, di rivalità e delusioni, una complessità che, come spesso nelle opere teatrali di maggior pregio, vive dentro a un’alta tensione che tiene il pubblico costantemente vigile, attento, affascinato. Perché era stato zio Melo a decidere di comprare, cinque anni prima, quel locale precedentemente bruciato per ottenere i soldi dell’assicurazione, per suo nipote, lasciandolo però poi in eredità in ugual misura anche suoi amici: una delusione per Salvo, così confesserà, che aveva avuto un rapporto denso di più sfumature con quello zio, comunque sempre importante nella sua vita (magnifico quel monologo/ ricordo al campo scout intrecciato al racconto del Grande Inquisitore). E Luba è incinta. E ci sono idee diverse sulla gestione del locale. E c’è chi lavora di più e chi meno... L’ultima parte - un nuovo incendio, con crolli - svela una sorta di circolarità, con l’azione che ritorna all’inizio di quell’avventura, tra le mani di Salvo la lettera/ dono dello zio: «A volte per far strada a un sogno serve uno spazio in cui metterlo...». Bello, meritato, lo scroscio di applausi al termine, anche con molti «Bravi!» dal pubblico.

 

il ristorante
«LA SOCIETÀ - TRE ATTI DI UMANA COMMEDIA»
DI: Lino Musella e Paolo Mazzarelli
REGIA: Lino Musella e Paolo Mazzarelli
INTERPRETI: Fabio Monti, Laura Graziosi, Lino Musella, Paolo Mazzarelli
PRODUZIONE: Teatro Stabile delle Marchein collaborazione con Compagnia Musella - Mazzarelli
GIUDIZIO: ●●●

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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