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Teatro alla Scala

Tcherniakov: "Violetta ossessionata dall'amore"

Il regista firma "La Traviata" che sabato inaugura la stagione lirica milanese. Messa in scena "Ne è venuto fuori un linguaggio simile a quello di Ingmar Bergman".

Dmitri Tcherniakov e il soprano Diana Damrau.

Dmitri Tcherniakov e il soprano Diana Damrau.

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Francesco Brancati
Una «Violetta» vista con gli occhi, e col cuore, del pubblico degli anni Duemila, ma rappresentata in un ambiente borghese di metà Ottocento con costumi più moderni, perchè racconta una vicenda d’amore universale, che può accadere oggi come allora. Questa è, molto in sintesi, «La Traviata» di Verdi, così come andrà in scena alla Scala sabato, secondo il suo regista, Dmitri Tcherniakov.
«Un’opera lirica come La Traviata – spiega il regista russo - è stata vista da un pubblico sempre diverso durante i 160 anni che ci dividono dalla prima assoluta a Venezia. E ogni pubblico l'ha vista con i suoi occhi. Ad esempio la prima fece scandalo perchè la protagonista era una cortigiana, e perchè l’azione si svolgeva nell’epoca contemporanea, mentre il melodramma portava sempre in scena epoche più antiche». Oggi certe remore nel pubblico non esistono più e Tcherniakov ha sentito il bisogno di «definire il tema dello spettacolo» in base al sentire dello spettatore di oggi. «Ne è venuto fuori un linguaggio scenico – dice – simile a quello di Ingmar Bergman, che non si perde in spazi aperti ma entro pareti chiuse. Così abbiamo guardato dentro ogni personaggio, mettendone in luce soprattutto i rapporti di tutti noi col sentimento dell’amore». E per coinvolgere di più il pubblico, ha cercato di portare la scenografia più avanti possibile, facendola cominciare alla fine della buca dell’orchestra. Poi, ha scavato nell’anima dei personaggi, parlandone tantissimo con i cantanti durante le prove, chiedendo loro di comprendere il perchè di ogni parola, di ogni movimento sulla scena, come si fa nel teatro di prosa. Quanto a Violetta, la lettura che ne dà Tcherniakov non giudica la vita che fa e non rileva le sue responsabilità morali. Ma guarda al suo sentimento di donna e alla sua particolare vicenda d’amore. «Nei tre atti – dice il regista - vediamo tre donne diverse: nel primo è una donna bellissima, intelligente, libera, che sa bene come trattare con gli uomini e come farsi corteggiare. E Alfredo ci prova. Nel secondo atto, in campagna, è come se Violetta volesse mettere alla prova l’amore di Alfredo». Tcherniakov ammette pure di essersi inventato qualcosa rispetto al libretto, pur di far apparire più vera la sua analisi del personaggio: «Quando papà Germont chiede a Violetta di lasciarlo, lei, che ha appena ricevuto la lettera con l'invito a casa di Flora – racconta il regista – lascia apposta il biglietto aperto sulla scrivania, affinchè Alfredo lo veda e sappia qual è la sua intenzione, lasciandogli quindi un’occasione per scegliere cosa fare». Alla fine Violetta muore, «ma la causa della morte - conclude Tcherniakov – non è tanto la malattia, quanto la sua ossessione dell’amore».

 

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