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Teatro Regio

La promessa di una «Cambiale»

L'opera che rivelò il genio del 18enne Rossini affidata a un cast di giovani artisti al debutto Francesco Cilluffo dirige l'Orchestra del Boito

La promessa di una «Cambiale»
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«La cambiale di matrimonio» (1810), opera d’esordio di Gioachino Rossini, va in scena per la prima volta al Teatro Regio stasera alle 20. Interessante il progetto che ha portato a questa nuova produzione per la regia di Andrea Cigni, professionista del teatro apprezzato anche all'estero. Lo spettacolo nasce da una collaborazione con gli istituti di formazione del territorio: Conservatorio Arrigo Boito, Liceo Artistico Statale Toschi e Istituto Professionale di Stato per l'Industria e l'Artigianato Primo Levi di Parma, in coproduzione con la Fondazione iTeatri di Reggio Emilia. Protagonisti al loro debutto sono gli interpreti della Scuola di Canto del Conservatorio coordinati da Lelio Capilupi e Donatella Saccardi. L’Orchestra del Conservatorio è diretta da Francesco Cilluffo. Qui di seguito la presentazione dell'opera a cura del nostro critico musicale.


Se già a dodici anni Rossini aveva svelato la sua genialità con le strepitose «Sonate a quattro», quando a diciotto anni fa il suo ingresso sulle scene teatrali pone subito una lampante ipoteca a quel cammino prodigioso che si sarebbe, non poco enigmaticamente, interrotto dopo il «Guglielmo Tell» per prolungarsi poi in quel famoso «silenzio» durato quasi quarant’anni, che silenzio poi non fu a giudicare dalla ricca messe di pagine cameristiche cariche di umori e di ingegno quali quelle riunite nei «Péchés de vieillesse».
Se il primo confronto teatrale avverrà con il genere serio, «Demetrio e Polibio», composto nel 1809 ma rappresentato nel 1812, il successo lo otterrà, entusiastico, con «La cambiale di matrimonio» nel veneziano Teatro di San Moisè nel 1810, esordio prodigioso in quel genere comico che riceverà dall’estro del pesarese nuove, imprevedibili linfe. Seguiranno altre cinque farse, «L’equivoco stravagante», «La scala di seta», «La pietra di paragone», «L’occasione fa il ladro», «Il signor Bruschino», che, con «La cambiale», irrompono su uno scenario, quello dell’opera buffa settecentesca, che appariva appiattito nel ricalco di convenzioni in cui si rifletteva la caduta di tensione di quel riformismo illuministico europeo che aveva animato il settecento, lasciando spazio a generi più disimpegnati quali la farsa in musica, di derivazione francese.
Senza intenzione rivoluzionaria il diciottenne pesarese entra in questa scia innescando quel gioco tanto vitalisticamente eccitante quanto beatificante che sembra spazzar via ogni ostacolo per attingere alla sublimazione di quel «bello» che mandava in estasi Stendhal; un gioco, come ha detto D’Amico, in cui è la musica stessa «a giocare di se stessa in un delirio nel quale méta di Apollo è Dioniso». Il giovane Rossini giunge al Teatro di San Moisè per rimpiazzare un improvviso buco nel cartellone: il libretto di Gaetano Rossi, anch’egli agli inizi di una lunga carriera, trae spunto da una commedia, «Il matrimonio per lettera di cambio» di Camillo Federici, già utilizzata da Carlo Coccia nel 1807. Una vicenda curiosa che ricalca lo schema del quadrilatero costituito dalla giovane coppia di innamorati, dal padre di lei, burbero di buon cuore e dal promesso sposo, qui insaporito dal fatto che la fanciulla viene contrattata come una partita di merce da un genitore avido e un rozzo colonizzatore arricchito. Rossini entra nel gioco senza impacci, subito con una Sinfonia che lascia intendere la classicità della sua formazione, poi liberando una invenzione melodica di avvolgente freschezza, poco indulgente a trepidi sentimentalismi ma sempre sospinta da quell’ebbrezza ritmica che attraverso la nitidezza della forma lascia già presentire la «follia organizzata» dei capolavori della maturità, dall’«Italiana in Algeri», al «Barbiere», a «Cenerentola»; la maturità di un venticinquenne, se quando staccò la spina, con il «Guglielmo Tell», Rossini aveva appena trentasette anni.

 

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