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Alba: «Non sono come Giovanna, ma amo la sfida»

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Filiberto Molossi
Il film che ha finito di girare una settimana fa, diretta da Silvio Soldini che l’aveva già voluta (e valorizzata) in «Giorni e nuvole», si chiama «Cosa voglio di più». Ma se lo chiedi a lei - classe ’79, un David di Donatello come migliore attrice dell’anno ritirato da poco -, cosa vuole di più (dalla vita, dal cinema, dal mondo…), scoppia in una risata contagiosa che di costruito o recitato non ha niente, e forse è proprio il senso di quello che è questa giovane fiorentina sensibile e bravissima: «Cosa voglio di più? Se lo sapessi sarebbe meno divertente: preferisco scoprirlo pian piano. Ma per ora posso dire che sono molto grata per quello che è successo: quello che ho avuto sin qui è già molto importante».
Ha un cognome difficile (ma che bisogna imparare), un volto che non si dimentica  e una credibilità che sullo schermo risalta in modo naturale, spontaneo: Parma applaude Alba Rohrwacher. La trentenne,  interprete de «Il papà di Giovanna» di Pupi Avati, stasera infatti alle 21.30 ritirerà all’arena estiva del cinema D’Azeglio il premio Schiaretti, il riconoscimento che cineclub D’Azeglio e Gazzetta di Parma assegnano ogni anno - in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune (sarà presente Luca Sommi) -, a un nuovo protagonista del cinema italiano, per ricordare Maurizio Schiaretti, indimenticato collega e critico del nostro quotidiano. La Rohrwacher (che era già stata a Parma per lavorare al Teatro Due allo spettacolo «Noccioline») verrà premiata dal sindaco Pietro Vignali: la serata (alla consegna del premio, seguirà la proiezione del film) è a ingresso gratuito.

Pupi Avati ha detto che il ruolo ne «Il papà di Giovanna» lo volevi a tutti i costi…
«Diciamo che ero molto motivata, ho lottato per avere quella parte: e ho studiato tantissimo. Ma non è che mi sono autoproposta…: dopo un  primo incontro mi hanno richiamata per altri due provini. E sì, alla fine, essere scelta era diventato un sogno».

Come è stato l’incontro con Avati?
«Come l’incontro con un maestro: ha una sensibilità molto particolare. Lavorare con Pupi mi ha profondamente cambiata, mi ha insegnato tantissimo. Sono arrivata al film successivo con una consapevolezza sicuramente diversa. D’altra parte in questo lavoro non si smette mai di crescere».

Ma c’è qualcosa di te nei personaggi che interpreti?
«E’ impossibile non portare qualcosa di sé al personaggio che uno interpreta: ma la cosa più bella, in realtà, è affrontare quelle sfumature di un personaggio che sono lontane da ciò che sei e capire qual è il modo di renderle credibili. Nel caso di Giovanna ad esempio ho dovuto impersonare una ragazzina omicida ossessionata da un amore non corrisposto, qualcosa di molto distante da me: ma la sfida è proprio quella, trovare la via giusta per rappresentare il personaggio di cui devi indossare i panni. A me piacciono quegli attori che sono i personaggi che interpretano: naturali, non costruiti».

Hai vinto due David di Donatello (il primo quale attrice non protagonista per «Giorni e nuvole»), hai tanti film in uscita, hai girato con alcuni degli autori italiani più importanti: si può dire che hai svoltato?
«No, io non la vedo così. Diciamo che ora rispetto a prima ho la possibilità di scegliere progetti più importanti: si sono aperte tante porte, è un privilegio enorme. Ma il mio obiettivo non è mai stato arrivare: mi auguro piuttosto di continuare a partecipare a film in cui credo, che mi arricchiscano. Di trovare sempre ruoli che mi lascino qualcosa».

Hai appena finito le riprese del nuovo film di Soldini: ci puoi anticipare che personaggio interpreti?
«Un personaggio totalmente diverso dalla Giovanna di Avati: in 'Cosa voglio di più' mi chiamo Anna e lavoro come impiegata in un’assicurazione di Milano. Sono una ragazza di oggi, semplice e serena. Anche se il vero cuore del film è una passione d’amore che cambia sia il destino del mio personaggio che quello interpretato da Pierfrancesco Favino…».
 

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