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All'università del blues con il «professor» Robben Ford

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di  Francesco Monaco

Avete presente quei ricercatori universitari che per rivolgersi più direttamente alla comunità scientifica si collegano in teleconferenza? Ecco, Robben Ford - classe 1951, pluridecorato «accademico» del blues/jazz - preferisce collegare la Telecaster, schiacciare il pedale e far sgorgare la «lezione» direttamente dalla sua sei corde. 
E l’altra sera, tra i circa ottocento spettatori dell’arena del Parco San Rocco di Sant'Ilario d’Enza (nell’ambito dello Slang Festival co-organizzato dall’agenzia parmigiana Kolosseo), non erano pochi gli «addetti al lavori» venuti ad abbeverarsi alla fonte di questo autentico luminare della chitarra, mito di nicchia almeno in Italia, dov'è molto più conosciuto tra chi suona che non tra chi ascolta: c'erano tra gli altri il suo collega milanese-parmigiano Luca Colombo (attualmente in tour con Max Pezzali) e - a sorpresa, ma non troppo - il sovrintendente del Teatro Regio Mauro Meli, che è pur sempre diplomato in chitarra (benchè classica) e non fa certo mistero di coltivare interessi artistici anche al di fuori dell’ambito operistico-sinfonico. 
Robben Ford, che su disco tende a lucidare la patina fusion del suo verbo musicale con fiati e tastiere, quand’è in tour si presenta invece come ai tempi dei Blue Line - nella più rigorosa formazione a triangolo, attualmente composta dal batterista Toss Panos (autenticamente greco, a differenza... dell’anfiteatro che fa da location al concerto) e dal bassista Travis Carlton (figlio di cotanto Larry), entrambi di chiara estrazione jazz. Del resto, l’attrazione fatale di Ford per il jazz è risaputa ed è anche alla base della sua «unicità»: conseguenza delle sue numerose frequentazioni ad altissimo livello che vanno dalla Joni Mitchell periodo Mingus al Miles Davis degli anni '80, non a caso due artisti diversissimi ma accomunati dalla massima libertà creativa. 
Robben Ford, inconfondibile criniera indiana e una magrezza da punk-rocker newyorchese degli anni '70, ha attaccato con due pezzi tratti dal recente album «Truth», entrambi dal titolo significativo: «Lateral climb» (la sua «scalata» all’Olimpo dei grandi è stata pur sempre laterale e non diretta) e «How deep in the blues (do you want to go)», quasi a chiedere alla platea quando in profondità volesse penetrare nell’atmosfera più autentica della musica del diavolo. 
La risposta, dopo lo strumentale «Indianola» e la nuovissima «Don't worry about me» (fa parte di «Soul on ten», in uscita in agosto, quasi interamente inciso dal vivo), la dà lui stesso: «E adesso un po' di blues», dice alla platea quasi a rassicurarla sulle sue intenzioni, esprimendosi in un discreto italiano, frutto delle sue frequenti tournée nel nostro Paese (il gesto di scacciare via i fotografi da sotto il palco, quello è invece internazionale). 
Arrivano allora «Nothing to nobody», con strepitoso assolo di basso di Carlton - quelli di Ford, manco a dirlo, non si contano - qualche classico tipo «Spoonful» di Willie Dixon (già cavallo di battaglia del triangolo d’oro dei Cream), «Please set a date» di Elmore James e una «There will never be another you» in cui trova il modo di infilare il riff di «Smoke on the water». Alternando la Telecaster a una Les Paul e a un’altra di liuteria giapponese, il californiano rivela tutta la sua ricchezza timbrica e l’attitudine jazzy del fraseggio senza mai tradire lo spirito di chi lo benedice da lassù (Stevie Ray Vaughan più di Jimi Hendrix) e di chi - per sua fortuna - è ancora tra noi (BB King, Buddy Guy). Insomma, un’impeccabile dimostrazione d’altissima classe dove la barriera tra il performer e la platea - quella per intenderci che inevitabilmente separa il «cattedratico» dai suoi adepti - viene assottigliata dal suo stile comunicativo e mai freddo, che poi è un altro dei suoi marchi di fabbrica. 
Unico appunto: concerto un po' breve, appena sopra l’ora e mezza, e un solo bis, anche se poi la lunga fila di cacciatori d’autografi verrà accontentata senza problemi. 
Pensierino finale: l’anno scorso Robben Ford ha suonato a Casalmaggiore, stavolta a Sant'Ilario: non che siano località irraggiungibili, ma sarebbe comunque un bel segnale se, in occasione di un suo prossimo tour italiano, a noi parmigiani venisse concessa la grazia di ascoltarlo nella nostra provincia, senza dover sempre «sconfinare» al di là di un fiume.  
 

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