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Il Rossini Festival si arrampica sulla «Scala di seta»

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di Gian Paolo Minardi

Dopo la monumentale, problematica «Zelmira» che ha aperto questa 30ª edizione del Festival le lancette sono tornate indietro di dieci anni riportando l’ascoltatore, per il secondo appuntamento, al 1812, l’anno magico in cui il non ancora ventenne Rossini sfornò ben cinque opere, prima sorprendente esplosione di una genialità, quasi sconcertante per la ricchezza prorompente d’invenzioni. 
Tre di queste opere erano le farse commissionate dal veneziano teatro di San Moisé, cui sono appunto legati i primi successi del musicista, «L’inganno felice», «La scala di seta» e «L'occasione fa il ladro». Come per «Zelmira» anche per «La scala di seta» si trattava di un ritorno al «ROF», in un nuovo allestimento firmato da Damiano Michieletto per la regìa e da Paolo Fantin per scene e costumi; spettacolo concepito con una «verve» che ha incatenato il pubblico e che ha assicurato un fragoroso successo alla serata; lo stesso coinvolgimento, probabilmente, che animò il pubblico veneziano la sera del 9 maggio 1812, divertito dalla vicenda della giovane Giulia, costretta dall’opposizione del burbero tutore e dall’invadenza appiccicosa di un servitore a incontrare clandestinamente il marito che la raggiunge di notte grazie appunto ad una scala di seta; soltanto che allora era tutto in presa diretta, il gioco farsesco strettamente innervato con quello musicale, a sua volta regolato da un codice rispetto al quale il segno trasgressivo di Rossini faceva scoccare scintille, cosa che l’altra sera era assai difficile cogliere, rimanendo la lettura visiva del tutto autonoma da quella musicale, modestissima questa. 
E proprio la vivacità con cui Michieletto ha concepito la sua regia ha in certo qual modo agito quale surrogato alle carenze musicali, quasi che quella carica irresistibile che il pesarese libera da questa partitura, ricchissima di spunti - il giovane Rossini non faceva ancora economia del proprio talento - trovasse uno sfogo nell’azione, nella stessa concezione della scena, ribaltata, come in «Zelmira» ma qui con ben altra proprietà, dal gioco simmetrico del grande specchio che consentiva di seguire anche dall’alto il frenetico andirivieni nell’appartamento - ovviamente un appartamento dei nostri giorni - che un pure frenetico architetto è andato allestendo durante la sinfonia, che tra quelle giovanili è senza dubbio la pagina più estrosa e più avvincente. L’appartamento, appunto, creato secondo i moduli standard delle riviste di arredamento, é il centro delle mille sortite che il giovane regista veneziano va innescando, con l’adesione ben partecipata dei cantanti-attori che parevano quasi protagonisti di uno di quegli insensati «reality» televisivi, nella sequenza dei tanti gesti che scandiscono la giornata e dei tanti ingredienti che la sostanziano, l’aperitivo, il cambiarsi d’abito, la ginnastica, il detersivo, e via dicendo. 
Perché, in effetti, dietro il divertimento immediato la sensazione che andava prendendo corpo era proprio la banalità di tale insensatezza vitalistica, rimanendo il percorso musicale un fondale sordo; spesso imbarazzante per gli evidenti squilibri che la bacchetta rigida di Claudio Scimone non riusciva ad evitare entro le file di un’orchestra poco sollecitata quale pareva l’altra sera la Haydn di Bolzano e Trento come pure nel rapporto con il palcoscenico. Da ciò una rigidezza che imprigionava il passo ritmico, artificioso e privato di quella freschezza che traspira da questa premonitrice, felicissima partitura; quanto poi alle istanze vocali che essa pone va detto che la buona volontà degli interpreti, dalla Giulia di Olga Peretyatko alla Lucilla di Anna Malavasi mentre il versante maschile vedeva in scena Daniele Zanfardino, José Manuel Zapata, Carlo Lepore e Paolo Bordogna, non era sufficiente a sollevare il velo di un’invadente mediocrità e di una fastidiosa irrisolutezza.
 Francamente da un Festival che ha alle spalle una tradizione ben consolidata ci si aspetterebbe un’attenzione più decisa per evitare queste zone d’ombra e pure l’«escamotage» compensativo dell’espediente registico, pur dal tocco felice come questo di Michieletto. Ma in fondo il pubblico si è divertito distribuendo a tutti applausi a profusione... 
 

 

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