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Tutti i suoi «migliori anni»: Renato Zero messo in mostra

In fotografie, video e musica la carriera di un artista libero e coraggioso

Tutti i suoi «migliori anni»: Renato Zero messo in mostra
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Sarà perché «quella contemporanea» regala poche emozioni o perché «quella di una volta» forse era migliore, sta di fatto che per la musica pop è il momento della storicizzazione. E dopo antologie, ristampe per festeggiare anniversari, reunion clamorose, album «col morto» (dai Pink Floyd al duetto tra Freddy Mercury e Michael Jackson nell'ultimo disco dei Queen) arriva anche in Italia il momento delle mostre. I primi avrebbero dovuto essere proprio i Pink Floyd, in una mostra annunciata a Milano con anticipo di un anno e annullata a pochi mesi dall’apertura (e con biglietti già venduti) senza ulteriori notizie; ha segnato cifre da record quella su David Bowie, oltre 300.000 visitatori in pochissimi mesi al Victoria and Albert Museum di Londra; ci prova ora Renato Zero, primo artista della canzone italiana a cui è dedicata un’intera mostra alla sua carriera.

Renato Fiacchini in arte Zero, non è solo un cantante originale e provocatorio, ma è sicuramente un testimone di quarant’anni di storia del nostro Paese, dagli Anni di piombo al nuovo millennio. Con le sue canzoni ha raccontato ansie e preoccupazioni, ha sdoganato - primo fra tutti - temi come la pedofilia, la droga, l’identità, la prostituzione; e questo sempre libero dalla politica, da schieramenti ideologici e culturali. Ideata e curata da Simone Veneziano, con testi e direzione artistica di Vincenzo Incenzo, la mostra - intitolata semplicemente «Zero» - racconta, attraverso fotografie, video, oggetti, disegni e - ovviamente - canzoni, la vita di Renato Zero, fin dal primo istante, il 30 settembre 1950, quando sopravvive grazie a una trasfusione. Attenzione, però, la rassegna non è una semplice celebrazione dell’artista. Si parte dagli anni Sessanta, dove pannelli luminosi e filmati conducono il visitatore alla Montagnola, nella periferia romana, tra casermoni in cemento e aree verdi abbandonate, dove cresce Renato Fiacchini e dove un bel giorno capisce che la sua strada è quella artistica. Un ragazzo coraggioso, ancor prima che artista, che decide che i suoi messaggi su Dio, sulla sessualità, sulla famiglia allargata li lancerà da un palco, travestendosi. Il primo 45 giri, «Non basta sai» è prodotto da Gianni Boncompagni, ma passa inosservato, forse perché Renato, che è già Zero, è ancora alla ricerca di una sua identità. È nei primi anni Settanta, con lo sviluppo completo del glam-rock, importato da noi da artisti come David Bowie e Lou Reed, che può proporre senza problemi il suo personaggio, con trucchi e paillettes. È il 1973 quando esce il suo primo album, «No, mamma no!» e da lì decolla la sua carriera che in oltre quarant’anni ha conosciuto picchi altissimi, tonfi clamorosi - simboleggiato nell’allestimento da un lungo buio e stretto corridoio - e grandi resurrezioni, iniziata con la partecipazione a Sanremo nel 1991 con la canzone «Vecchio» dove si presenta per la prima volta al suo pubblico in abiti «borghesi», abbandonando per sempre trucchi e tutine attillate.

La mostra «Zero» è aperta fino al 22 marzo a La Pelanda, in piazza Giustiniani 4 a Roma. Orario: dal martedì alla domenica, dalle 16 alle 22. Il biglietto costa 15 euro, e si può acquistare direttamente sul sito di Renato Zero (www.renatozero.com) tramite il circuito di vendita Viva Ticket. Dopo Roma la mostra sarà allestita nel corso del 2015 a Milano, Firenze e Napoli.

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