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Cosa pensa «l'Italia del nostro scontento»

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 Michele Zanlari

La bellezza è poter dire ad alta voce che qualcosa attorno a noi è orribilmente brutto. Dall’inerzia di un pensiero bloccato sulla stretta contemporaneità al gioco di repulsione e scarto sul luogo comune, è la nuova forma del documentario italiano a stringere una parte di mondo visibile ma non altrettanto riconoscibile. Dopo il rumoroso passaggio veneziano di «Videocracy» nemmeno Roma si fa mancare uno sguardo critico sul nostro Paese con «L’Italia del nostro scontento». 
Alla base c’è un’idea di Franco Scaglia: non fermarsi alla suggestione di partenza (indagare le forme del malcontento comune) e aprire a tre giovani voci femminili per far crescere una sorta di «factory» di Rai Cinema.  Una di queste viene dalla parmigiana Lucrezia Le Moli, classe ’79,  già autrice del cortometraggio «Il gatto nero» (2003) e impegnata nel documentario e nella sceneggiatura di film indipendenti («Nel cuore della notte» e «Il Solitario»). 
Il documentario si divide nei tre capitoli «Verde», «Bianco» e «Rosso» e a lei tocca quest’ultimo, dedicato al tema della politica. Lo risolve con un ordine espositivo che accentua l’attenzione - si potrebbe dire la curiosità - per le parole di chi le sta davanti.
 «L’idea di partenza era quella di fermare la gente per strada, chiedere per chi avevano votato e per quale motivo -  spiega Lucrezia - Ho trovato, però, una grande reticenza nelle persone, quindi il passo successivo è stato quello di andare casa per casa e scardinare i dubbi. Chiedevo principalmente tre cose: “per chi hai votato?”, “sei soddisfatto?” e “che opinione hai sul futuro?».
“L’Italia del nostro scontento” è composto da tre segmenti. Quali sono le differenze e quale il filo comune del tuo lavoro sulla politica rispetto a quello Elisa Fuksas sull’ambiente e di Francesca Muci sui giovani?
«L’idea viene dai produttori. Tra noi autrici non solo non ci conoscevamo, ma io non sapevo di quale argomento si sarebbero occupate. Una volta in moviola abbiamo visto il girato e intuito i punti di contatto tra i capitoli. Il mio lavoro è in continuità, più in sintonia, con quello di Francesca, mentre Elisa ha seguito una direzione differente».
La Fuksas presta un’attenzione particolare all’uso della luce e i contributi che ha raccolto vanno tutti in una direzione di denuncia ben precisa. In «Rosso» adotti, invece, un taglio di regia differente.
«In principio ho provato a montare insieme solo i contributi di chi non è direttamente impegnato in politica. Solo che, montato con “Bianco” in cui si raccontano i giovani di strada, rischiavo di banalizzare le risposte dato il tema di discussione. Allora ho aggiunto le interviste ai politologi e agli intellettuali per rendere più profonda l’analisi.
Hai fatto delle riprese anche a Parma? 
«La mia idea iniziale era quella, ma alla fine non ce n’è stata la possibilità. Credo comunque che non avrei avuto risposte differenti rispetto a Milano, Torino e Bergamo. Ecco, in realtà mi sarebbe piaciuto scendere in Sicilia, lì sì che i contributi avrebbero aggiunto qualcosa di completamente diverso. Io chiaramente ho le mie idee sulla politica, una storia che non nascondo, ma non m’interessava scendere in campo per imporre un punto di vista. Parto da un dato: siamo un Paese di destra. Provo a capirne il perché attraverso le risposte che mi danno». 
 
 
 
 

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