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Suggerimenti al Comune per il Festival Jazz del 2011

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 A fronte del dibattito in corso  sulla prima edizione del Parma Jazz Festival (con relative polemiche sui costi e non solo)  può rappresentare un utile contributo alla causa quello di «agganciarvi» fin d'ora alcune riflessioni in merito al futuro della manifestazione. E' facile immaginare che l'amministrazione comunale - e segnatamente l'assessorato alla Cultura - sia di fronte a un crocevia, giacchè si dovranno per forza fare i conti sia con l'esperienza della prima edizione che con i tagli alle spese per la cultura che senz'altro incideranno sul prossimo bilancio. Dunque le possibili strade da percorrere potrebbero essere più d'una. La prima è quella del vicolo cieco: l'edizione 2011 del Festival non si farà e allora sarebbe per prima cosa una sconfitta per tutti, come sempre avviene quando una manifestazione culturale è costretta a chiudere i battenti. Inoltre suonerebbe come un'implicita ammissione da parte dell'amministrazione - al di là delle dichiarazioni dei giorni scorsi improntate comunque alla soddisfazione - che le cose non sono andate (o non sono state condotte) nel modo migliore.

La seconda strada è quella di una seconda edizione sempre affidata alla direzione artistica del pianista Antonio Ciacca, direttore della programmazione del Jazz at Lincoln Center di New York e dunque forte di un prestigio internazionale indiscutibile. Ebbene, questa ipotesi non può non essere accompagnata fin d'ora da alcune considerazioni. La critica mossa da diversi «addetti ai lavori» al cartellone della prima edizione (prim'ancora che se ne conoscessero i costi, 230mila euro, e gli introiti, appena 15mila) era infatti sostanzialmente una: Dianne Reeves a parte, mancavano i nomi di grande richiamo, tant'è vero che nelle quattro serate all'Auditorium Paganini, ognuna delle quali prevedeva due concerti, la sala non si è mai nemmeno avvicinata al tutto esaurito (come rilevato anche da alcune delle recensioni pubblicate dalla «Gazzetta», quotidiano che peraltro al Festival ha dato amplissimo spazio, fino a coprire addirittura due conferenze stampa di presentazione nel giro di pochi giorni) e non è nemmeno da escludere che si sia fatto ricorso - peraltro legittimo - all'utilizzo di biglietti omaggio per aumentarne la capienza e il colpo d'occhio. A questo punto, dunque, una seconda edizione «targata» Ciacca che avesse in cartellone nomi più «pesanti», a rigor di logica, dovrebbe costare ancor di più e allora una domanda sorge naturale: è plausibile l'ipotesi che in tempi di crisi e di tagli la seconda edizione arrivi a costare ancor più della prima, anche a fronte di un possibile maggior ritorno al botteghino? Diversamente, se lo spessore artistico del cartellone 2011 dovesse ricalcare quello passato o, magari per ragioni di budget ridotto, essere di qualità inferiore, allora bisognerebbe davvero chiedersi se in alternativa non era il caso di coltivare e far crescere una rassegna certamente «di nicchia» ma già esistente quale il festival ParmaJazzFrontiere.
C'è anche un'altra strada, magari non percorribile in tempi stretti ma che potrebbe essere presa in considerazione negli anni a venire: aderire alla rete regionale di  «Crossroads», festival jazz «itinerante» giunto all'undicesima edizione e co-finanziato dalla Regione Emilia-Romagna che tra febbraio e maggio distribuisce le date di grandi artisti internazionali e dei maggiori jazzmen italiani tra Rimini e Piacenza. 
Ogni Comune interessato, così come qualsiasi associazione culturale, può entrare nel circuito indicando semplicemente quale contributo economico è in grado di offrire, e in ragione del budget a disposizione può «portarsi in casa» alcuni di questi concerti, essendo poi liberissimo di costruirvi accanto una serie di eventi collaterali (dalle masterclass con gli artisti ai concerti gratuiti dei musicisti locali) e dar vita così a un proprio festival: è, ad esempio, ciò che avviene a Correggio e a Piacenza. 
Questo festival non è stato citato a caso, e non solo perchè Parma è l'unica realtà regionale a non avervi mai aderito: «Crossroads» infatti significa proprio crocevia. E l'auspicio è che l'amministrazione sappia scegliere la strada migliore (e più compatibile alle proprie finanze che poi sono le nostre) perchè puntare qualche fiche anche sul jazz, specie in una città che si autoproclama «capitale della musica», non è certo un'idea sbagliata. A patto di trovare i giusti accordi su cui poi s'innesteranno le improvvisazioni dei musicisti.
Francesco Monaco
caposervizio redazione spettacoli della Gazzetta di Parma
 

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  • Vincenzo

    02 Luglio @ 18.15

    Il jazz è cultura e può essere cultura popolare.

    Rispondi

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