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Pif, arrivano anche in tv gli sberleffi a Cosa Nostra

«Così i mafiosi potranno vedersi presi in giro comodamente da casa»

Pif, arrivano anche in tv gli sberleffi a Cosa Nostra
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«Sono eccitato, mi sento come un partigiano, che lotta per la libertà, ognuno può fare quotidianamente qualcosa per contrastare la mafia. Qui non c’è il cattivo e il buono, qui vomitiamo il male del Paese», dice Pierfrancesco Diliberto in arte Pif. Ispirandosi al suo film «La mafia uccide solo d’estate» il regista e attore siciliano porta in tv, da stasera su Rai1 per sei puntate, la storia di una famiglia normale nella Palermo «calda» della fine degli anni ‘70. Un racconto che, mescolando tragedia e commedia, scava nel nostro passato più inquietante per parlarci del nostro presente. Una serie che, così come il film omonimo, dissacra i boss e restituisce l’umanità dei grandi eroi dell’antimafia. Un sorriso ironico e mai banale sugli anni terribili degli omicidi eccellenti. Pif, durante la presentazione della serie, ha ringraziato il regista Luca Ribuoli («L’allieva») e il cast che comprende Claudio Gioè (Lorenzo, il papà del piccolo Salvatore, un uomo pieno di dubbi con forte senso morale che cerca di sopravvivere in una città dove prevalgono i codici mafiosi), Anna Foglietta (sua moglie Pia), Francesco Scianna (il cognato e zio di Salvatore), Nino Frassica (frà Giacinto, padre spirituale della famiglia che nasconde un segreto). «Sono contento che il film sia diventato una serie - ha aggiunto Pif - ora anche i mafiosi potranno vedere da casa un racconto che li smitizza e li prende in giro. Loro non hanno certo il senso dell’umorismo».

Il soggetto è di Michele Astori, Stefano Bises, Michele Pellegrini e lo stesso Pif. Serie tv e film sono legati da un doppio filo, un legame rinsaldato da Diliberto, qui ispiratore e voce narrante. E’ lui dunque a raccontare le vicende dei protagonisti: i Giammarresi sono una famiglia normale, alle prese con problemi di lavoro, sentimentali ed economici solo apparentemente ordinari, se di mezzo c’è Cosa Nostra. Siamo nel 1979, anno che sancisce l’inizio della stagione dei delitti eccellenti, Cosa Nostra alza il tiro e colpisce uomini delle istituzioni come Boris Giuliano (Nicola Rignanese).

Il merito principale, però, Pif lo attribuisce a Peppino Impastato: «E’ grazie a lui se oggi si può prendere in giro la mafia senza che ti succeda niente. Borsellino e Falcone sono dei miti, ma questo non deve essere un alibi per non fare niente. Potenzialmente tutti possiamo essere Borsellino nella nostra vita. E questo non riguarda solo i siciliani, la mafia non è più un problema solo del Sud».

Piero Grasso, presidente del Senato, loda la serie ricordato anche di essere ritornato al cinema dopo 24 anni proprio grazie a Pif quando il suo film uscì in sala. «Una sera, al tempo del maxiprocesso a Cosa Nostra a Palermo dove ero pm e giravo con la scorta - ha ricordato Grasso in occasione della presentazione della serie - , sono andato con mia moglie al cinema e appena seduti ho sentito uno che alla donna, presumo la moglie, che era con lui diceva ‘sai chi è quello? Meglio che ci sediamo lontano, non si sa mai...’ In quel momento mi sono sentito una mina vagante». Per poi aggiungere: «Qualcosa abbiamo sbagliato nella comunicazione, se una volta nelle tasche di un ragazzino di 17 anni specializzato nelle rapine nei parchi a Milano ho trovato un ritratto del Capo dei capi. Attenzione, la mafia è una realtà, non va mitizzata», ha aggiunto l’ex magistrato.

«La serie ispirata al film è molto dentro il servizio pubblico» ha puntualizzato il dg Rai, Antonio Campo Dall’Orto. «La mafia è un tema delicato perché riguarda ferite che sono ancora aperte nel nostro Paese. La sfida che ci ha dato Pif è quella di portare in tv quello che lui ha portato al cinema», ha detto il dg. «Un racconto fatto con una volontà di leggerezza che rende il compito ancora più complicato e arduo, soprattutto in un mondo, come quello attuale, che non ci sta portando verso la leggerezza».

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