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Intervista

Tindaro Granata al Parco: «In principio fu Geppetto»

L'attore e regista, vincitore del Premio Ubu, presenta il nuovo lavoro in scena giovedì

Tindaro Granata

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Tema delicato

«Solleva tante

questioni etiche

perché richiede

una madre surrogata»

Famiglie arcobaleno, unioni civili, paternità nelle coppie omosessuali. E’ importante che anche il mondo del teatro aiuti a riflettere su tematiche così complesse e se a farlo è uno degli artisti più sensibili e talentuosi della scena contemporanea, l’attore e regista siciliano Tindaro Granata, la riflessione che muove non può che essere vera e profonda. Nello spettacolo «Geppetto e Geppetto», vincitore del premio Ubu 2016 come «nuovo progetto drammaturgico», in scena al Teatro delle Briciole giovedì 26 gennaio alle 21, è proprio di un particolare ritratto di famiglia che si vuole raccontare: due papà, uno biologico e uno «aspirante», coppia omosessuale che decide di avere un figlio, da amare e crescere insieme. Storia inventata, sì, ma rappresentativa di una nuova idea di famiglia.

Perché richiamarsi a una figura tradizionale e fiabesca come quella di Geppetto per indagare un tema attualissimo, concreto e spinoso quale la paternità nelle coppie omosessuali?

«Perché il mondo contemporaneo percepisce queste famiglie come nuove ma, in realtà, noi siamo un po’ cresciuti, grazie anche alla fiaba di Collodi, con l’idea che un padre da solo possa farcela a crescere un figlio. E’ un argomento che solleva tante questioni etiche, lo so bene, poiché per una coppia maschile è necessario chiedere a una madre surrogata. Ma in fondo, quel concetto di paternità, senza una reale e duratura presenza materna, è stato toccato già anni fa in “Pinocchio”. Se ci pensiamo bene, non c’è niente di realmente nuovo. Da sempre l’uomo desidera diventare genitore. I due papà della storia sono, a loro modo, dei Geppetti contemporanei».

Qual è stato il percorso di studio e ricerca all’origine dello spettacolo?

«Innanzitutto, mi sono documentato sul web, guardando soprattutto video che affrontassero il tema della famiglia composta da genitori omosessuali. Poi ho approfondito con libri sull’argomento, e infine ho raccolto io personalmente delle interviste alla gente comune, per le strade di Milano. L’intento era di capire quanto riuscissero le persone ad accettare l’idea di una famiglia così costituita, diversa da quella tradizionale. Non dovrei dirlo ma ho individuato due categorie: coloro che accettano l’idea incondizionatamente, per amore, e quelli che la rifiutano per ignoranza dell’argomento o per paura. Ho parlato anche con molti stranieri che, invece, si sono rivelati molto comprensivi sull’argomento e poi con alcuni emarginati, i più capaci ad accettare il cambiamento in modo amorevole. C’è, comunque, ancora molto da fare, anche sul piano del linguaggio, sul senso delle parole. Non si può più leggere, ad esempio, di “utero in affitto”: è denigrante! Meglio parlare di “gestazione per altri”. Oggi si semplifica troppo, c’è un impoverimento generale che riflette una sostanziale mancanza d’amore».

In che modo la sua personale esperienza di figlio l’ha aiutata ad accostarsi a problematiche così delicate?

«Il lavoro in sé non è stato facile. Io provengo da una famiglia tradizionale e così mi sono portato dentro gesti e pensieri dei miei genitori. Posso dire che, per il ruolo del padre, non mi sono rifatto all’immagine di mio papà che percepivo da bambino, e cioè autorevole, severa. Ho ripensato a lui con gli occhi da adulto, nella sua vecchiaia, più dolce e bonaria. E poi mi sono servito anche delle esperienze e dei racconti degli altri attori con me in scena. Gran parte di ciò che ho scritto l’ho ridefinito su di loro».

La storia fra padre e figlio diventa, quindi, paradigmatica per interrogarsi sulla complessità degli affetti in senso lato?

«Sì, mi piacerebbe che lo spettatore vedesse nell’amore di questo padre e questo figlio la bellezza di un affetto speciale che va al di là dei legami di sangue, nella consapevolezza che possiamo amare ed essere amati anche da chi non è nostro genitore naturale. E’ l’amore che crea la famiglia»

E’ importante, secondo lei, che il teatro conservi aderenza alla realtà e ai problemi del proprio tempo?

«E’ fondamentale. Io credo che il teatro debba attenersi a quello che accade oggigiorno. Le forme scelte per esprimerlo possono essere molteplici, naturalistiche o d’avanguardia, non importa, ma è necessario che facciano riferimento al proprio tempo e a chi lo vive. Solo così, io credo, il teatro ha ragione di esistere».

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