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Andrea Battistoni «Io, sul podio con naturalezza»

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 Mara Pedrabissi

Primo direttore ospite del Teatro Regio di Parma, da qui al 2013, anno delle celebrazioni del Bicentenario Verdiano. Un incarico che, prima di lui, non esisteva nel Teatro di Maria Luigia. Altrove, sì. Per fare un esempio, nel 1972 Claudio Abbado venne nominato primo direttore ospite della London Symphony Orchestra. A pensarci, roba da far tremare i polsi, specie se, come nel caso nostro, il maestro Andrea Battistoni ha ventitré anni. Solamente. Nato a Verona in una famiglia in cui la musica «era la norma», è cresciuto a pane e note, tra madre pianista («A lei devo molto della mia prima formazione») e padre medico con la passione viscerale per l'opera («Portava spesso all'opera me e mio fratello che è violinista»). Risultato, la musica per lui è stata «una cosa naturale, come i muri di casa». Inizia con il violoncello, a 7 anni. Più avanti l'incontro con il repertorio per orchestra: un colpo di fulmine. E poi via fino all'exploit sul podio dell'«Attila» dell'ultimo Festival Verdi. Ora questa nomina, arma a doppio taglio, che può aprire «interminati spazi» o chiudere a «sovrumani silenzi». E Battistoni lo sa. «Il primo impatto verso di me è sempre di sorpresa - dice in camerino, mezz'ora secca di intervista in pausa prove - . L'unica maniera  per essere veramente degni delle opportunità che si presentano è di arrivare il più preparati e il più consapevoli possibile del ruolo così delicato che si ricopre. D'altra parte tanti mi chiedono: “Ma come si riesce?”. Non so dare una risposta. So solo che dirigere è la cosa che mi viene più naturale nell'ambito della musica e della sua esecuzione.  Perché, da quando ho scoperto l'orchestra e il repertorio per l'orchestra, il sogno è subito diventato quello di essere colui che suona questo strumento fantastico. Poi certo per affinare le proprie conoscenze lo studio è moltissimo. Però la base è sentirsi bene sul podio, di fronte ai professori d'orchestra».
Non avverti tensione?
«La tensione è iniziale, quando si approccia un'orchestra che non si conosce. I  primi momenti della prova sono sempre momenti in cui ci si viene incontro. La tensione per me non è mai durante il concerto, semmai è prima. Non parliamo poi dell'opera dove ci sono giorni di grande, febbrile preparazione».
Seguendo i tuoi pensieri, si sente che parli come uno che ha fatto già  riflessioni che di solito a 23 anni non si hanno elaborato. Che rapporto hai con i tuoi coetanei?
«Ma buonissimo. Ho una vita normalissima. Si cerca di far passare - ma forse lo si è sempre fatto passare -  il musicista giovane come una figura chiusa, tormentata. In realtà, come dicevo, il mio rapporto con la musica è naturale. E' una cosa bella della vita, una cosa che non mi faccio mancare».
Però conduci uno stile di vita che non ti consente di frequentare sempre e quando vuoi i tuoi amici, immagino.
«Sì anche questo è vero. Devo dire tuttavia che la maggior parte sono nel mondo della musica. Detto questo, non stiamo tutto il giorno a suonare in una stanza. Il cinema, ad esempio, è una mia grande passione. Mi piace la sensazione della sala buia, probabilmente anche più del film in sé».
Il film che ti ha colpito di più, ultimamente?
«Penso il film della Coppola, “Somewhere”, soprattutto il finale. Ma guardo tutto, spazio... Anche i cinepanettoni, per dire che il musicista è una persona normale, che si diverte anche con cose stupide. Poi, certo, nel momento in cui si deve affrontare questo tipo di esperienze così impegnative, si comincia a pensare al ruolo che si ricopre, all'impressione che si può fare agli altri».
Il programma di stasera, inaugurazione della Stagione Concertistica con l'Orchestra del Teatro Regio, prevede un omaggio a Liszt, nel Bicentenario, abbinato a Schubert.
«Un accostamento particolare, che non viene spesso fatto. Questo Bicentenario sarà l'occasione di riscoprire pagine di Liszt che non sono molto note al pubblico. Liszt è il grande genio del pianoforte, ovviamente; però vale la pena di approfondire anche un repertorio sinfonico-orchestrale che è un po' trascurato nei nostri cartelloni, a parte forse i Preludi. Liszt è in realtà un compositore di importanza capitale: apre le porte a una concezione della musica come arte totale. In questo è interessante accostarlo a Schubert che è un po' agli antipodi come figura: è un romantico ma ancora immerso in una dimensione classica. Di Schubert eseguiremo due gemme, in cui si confronta con lo stile italiano».
A proposito di stile italiano, dirigerai  «Il Barbiere di Siviglia» in aprile. Un debutto?
«Sì è la prima volta che dirigo il “Barbiere”, non Rossini perché l'anno scorso ho diretto “Il viaggio a Reims” al Rossini Opera Festival ed è stata un'esperienza notevole perché mi ha aperto gli occhi su come si deve interpretare Rossini. Studiarlo e approfondirlo col maestro Zedda è stato molto interessante da questo punto di vista».
Hai un illustre precedente, un violoncellista che è diventato direttore...
«Eh sì - ride indicando il ritratto di Toscanini appeso alla parete - quel nonno grande là. Lo benedico tutti i giorni».

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