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La forza del destino conquista il Regio

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Theodossiou, la forza del destino: grande successo per il melodramma verdiano che ha inaugurato la Stagione lirica del Teatro Regio.  Pioggia di rose per «Leonora» e applausi a tutto il cast .

Acclamata la protagonista che era al debutto nel ruolo . Per lei anche una richiesta di bis. Apprezzata la direzione di Gelmetti. Applaudita con qualche dissenso la regia.

 

 

Da Rossini a Verdi, da Wagner a Ravel. Ma si può continuare: da Beethoven a Berg, da Bruckner a Debussy, da Mozart a Puccini, da Stravinsky a Varèse e Nino Rota. «Et cetera», impossibile citare tutti.  Perché Gianluigi Gelmetti, bacchetta di prestigio internazionale, ha diretto praticamente tutto, ha affrontato il grande repertorio sinfonico, ha cavalcato in lungo e in largo sulle praterie del melodramma, sconfinando dall’opera italiana a quella francese e tedesca. Fin dagli inizi con i Berliner Philharmoniker, Gelmetti ha diretto le più importanti orchestre del mondo. E’ stato direttore musicale e artistico di prestigiose istituzioni, fra cui l’Opera di Roma.  Questa sera, per la prima volta, salirà sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma. Dirigerà la Forza del destino di Verdi. L’attesa è palpabile. 
Maestro Gelmetti, lei è stato allievo di Celibidache, un illustre direttore non amico del melodramma. Eppure, nei suoi programmi sinfonici, Celibidache ha inserito più di una volta la Sinfonia verdiana della Forza del destino. Dilatatissima, di durata quasi infinita...
«Mi piace partire dal ricordo di un mio grande Maestro - risponde Gelmetti -. Celibidache era docente di direzione all’Accademia Chigiana, dove anch’io dal 1997 ho l’onore di insegnare, e sotto la sua guida ho diretto per la prima volta proprio a Siena, quando non avevo ancora 17 anni. E’ vero, Celibidache aveva un modo di concepire la musica che non si poteva conciliare con l’opera. Egli è stato, da questo punto di vista, il direttore più "antilirico" che si potesse immaginare. Però non ha resistito alla Sinfonia della Forza del destino né al Requiem di Verdi, che ha diretto per la prima volta a più di 80 anni, in un’esecuzione lunghissima con i Münchner Philharmoniker. Ma si sa, il Requiem di Verdi ha affascinato molti direttori in tarda età. Penso a Matacic, celebre direttore yugoslavo, che diresse anche tanta opera italiana. Quando dirigevo l’Orchestra Sinfonica della Rai di Roma, lo invitai a esibirsi nella Capitale ed egli mi disse: "Ho un sogno nel cassetto, vorrei dirigere il Requiem di Verdi". Gli risposi: "Bene, Maestro, lei dirigerà il Requiem". Matacic rimase esterrefatto e replicò: "Veramente lei me lo fa fare?". Era commosso. Tornando a Celibidache, sì: concettualmente non era fatto per l’opera. Ma sia chiaro: nemmeno a me, se dirigere l’opera fosse solo mero accompagnamento, piacerebbe».
Dirigere non è accompagnare: ma non di rado è proprio questo il problema da superare nel rapporto coi cantanti. Lei, Maestro, che tipo di relazione instaura con la compagnia?
«Ho debuttato a Firenze con Lucia di Lammermoor. Non avevo ancora trent'anni. Cantavano la Gruberova, che debuttava il ruolo, e Kraus che aveva superato le 800 rappresentazioni. Il grande tenore spagnolo, alla prima prova, mi disse: "Qui c'è un solo maestro ed è lei. Io, mi chiamo Alfredo e sono a sua disposizione. Se mi chiederà di fare cose nuove e interessanti che non ho mai fatto, le dirò grazie". Alfredo Kraus: sappiamo tutti che artista fosse. Eppure si rivolse così a un giovane direttore, era desideroso di poterlo assecondare. Io ho sempre avuto coi cantanti un ottimo rapporto. Il cantante non è un oggetto che, per arroganza, il direttore deve per forza modificare. È anche importante che il teatro coinvolga il direttore nella scelta dei cantanti. Fra le tante responsabilità del direttore e concertatore, non dimentichiamo questa parte: creare unità stilistica, evitare il rischio di un andamento schizofrenico dell’opera. Il direttore deve avere la capacità e la sensibilità di realizzare ciò che ha in mente estraendo da ogni cantante le doti migliori; se i cast sono diversi, le caratteristiche vocali su cui puntare saranno diverse, ma l’importante è che il direttore elabori sempre un’idea unitaria dello spettacolo. Non bisogna servire il cantante, ma amarne la voce, avere un talento speciale per conoscerla e valorizzarla. Se un cantante resta senza fiato, io lo so prima di lui: perché lo sento, perché sono io che lo conosco e lo dirigo. Non tutti nascono direttori d’opera: perché l’opera è anche teatro, non solo musica. Quando debuttai alla Fenice di Venezia, la grande Leyla Gencer dava l’addio alle scene. "Spingimi anche a calci - mi disse - se mi senti rallentare!" I cantanti sanno che, se hanno bisogno di me, io sono là. Sanno di non essere mai soli».
La forza del destino di Verdi. La compresenza del tragico e del comico, il senso del dettaglio e il grande affresco. E’ un’opera così tremendamente complessa?
«Esiste una meccanica teatrale, sia nell’opera che nel teatro di prosa, la cui dinamica prevede che prima dell’esito tragico ci sia una fase di allentamento della tensione sia psichica che drammaturgica. Poco prima della morte di Mimì, nella Bohème, Rodolfo, Marcello e gli amici scherzano e ballano in soffitta. Questo non è forse lo stesso meccanismo di una commedia amara, che si conclude con la morte del protagonista, come "Natale a casa Cupiello" del grande Eduardo? Nell’opera di Verdi, uomo di teatro a tutto tondo, questo è fondamentale. Nella Forza del destino ci sono momenti più lievi, che non sono da definire "buffi", creati per allentare la tensione e preparare la sferzata drammatica. E’ nella psicologia del pubblico, infatti, il non poter reggere a lungo un andamento drammatico protratto. Verdi lo sa. E costruisce lo straordinario affresco della Forza del destino con grande efficacia drammaturgica. Il momento di fra Melitone, completamente schizzato, pazzesco, non è comicità fine a se stessa; seguìto dal Rataplan di Preziosilla, prepara l’aspro scontro fra Carlo ed Alvaro, che s'estenua poi nel "Pace, pace, mio Dio" di Leonora. E’ un procedere curvilineo, anche sul piano emotivo, che conferma una volta di più l’estrema perizia teatrale di Verdi e alla fine restituisce un senso di integrità a questa molteplice materia drammatica, a questo passare in continuazione dalla commedia al dramma come nella vita». 
Lei ha diretto un gran numero di opere di Rossini, dal 1982 al 1999 la sua presenza al ROF ha caratterizzato il festival pesarese. Ma c'è stato anche il grande salto nel melodramma verdiano, dopo averlo scrutato da lontano
«Verdi è l’anti-Rossini. Non voglio essere frainteso: intendo dire che Verdi è all’opposto di Rossini, non che è contro Rossini. Rossini è in qualche modo legato alla non realtà, al non vero, cioè al sublime e all’apollineo. Rossini utilizza l’espressione "T'amo" solo in francese, nel Guillaume Tell, poi non la ripete più. Ebbene: Verdi spacca questo mondo. Verdi è per il vero, per la verità dei sentimenti. Non vuole un certo soprano per il Macbeth perché ha la voce troppo bella. La difficoltà di Donizetti è che sta fra i due. Per quasi 15 anni, nella mia carriera, ho scelto di non dirigere Verdi, ad eccezione del Requiem. Avevo lo splendido incubo di Toscanini, che rappresentava una sorta di ipoteca, a tratti anche una coercizione, seppur meravigliosa. Un altro mio grande maestro, Franco Ferrara, incarnava la tradizione italiana. Io non ho mai visto Toscanini dirigere dal vivo, ma quando, per la prima volta, ho visto un filmato nel quale Toscanini dirigeva, mi è sembrato di vedere Ferrara. Nella mia carriera ho diretto praticamente tutto, ma mai casualmente. Ho pure diretto tanto Verdi, ormai. Però l’ho fatto quando ho avuto del tutto chiara, dopo averla metabolizzata dentro di me, la differenza fra tradizione e cattive abitudini. La tradizione è la codificazione di qualcosa che è stato vero, le cattive abitudini sono invece avulse da ogni ragione, da ogni poetica. Comunque sia, esiste una filosofia della storia e l’opera, da questo punto di vista, non è più del compositore, ma è patrimonio dell’umanità. Allora anche la passione cosiddetta "popolare" - e io sono una creatura del popolo - acquisisce un valore rispetto alla musica di Verdi e nutre la tradizione. Il senso ultimo di questo discorso è che un interprete maturo non deve mai agire "contro", bensì dire quello che vuole e non dire quello che non vuole».
Parma, il Regio. Che percezione ha di questa città e del suo teatro?
«Dirigere al Teatro Regio è un piacere. Parma è una città meravigliosa dove si respira l’amore per Verdi e per l’opera in generale. Orchestra e Coro sono di qualità eccellente, lo stesso si può dire per tutte le maestranze e i quadri intermedi. Lavorare al Regio è una gioia e lo si percepisce dalla portineria ai vertici». 
 

 

 

Elena Formica

 

 

 

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La forza del destino spiegata dal direttore Gelmetti (Gazzetta di Parma 28-1) 

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  • Sergio

    30 Gennaio @ 06.46

    Ancora una volta la poco premiata salumeria Meli ci ha servito cicciolata rancida e ce l'ha spacciata per culatello.

    Rispondi

  • federico

    29 Gennaio @ 18.43

    Forse non ho ben capito, si sta parlando di melodramma o di Berlusconi? Comunque, a parer mio, la rappresentazione non è stata entusiasmante, il direttore ha imposto tempi troppo stretti , soprattutto per il baritono Stoyanov (L'urna fatale), i duetti tra tenore e baritono erano tiepidi (scaldiamoci il cuore con Bastianini e Corelli ) e scene e regia si muovevano in atmosfere gelidamente lunari. Fortunatamente la Theodossiou,con la sua voce morbida e maestosa , è stata all'altezza della bellezza di questa opera.

    Rispondi

  • francesco brundo

    29 Gennaio @ 08.49

    la forza del destino è sopravvivere ai nostri politici !!!

    Rispondi

  • PAOLA

    29 Gennaio @ 08.46

    Non potete pubblicare lo screen della pagina con l'errore??? Stupendo!!!

    Rispondi

  • gazzettadiparma.it

    29 Gennaio @ 07.36

    @Mauro - Grazie per il "premio": in effetti, anche se certo farò ancora tanti refusi, sarà difficile ripeterne uno così...carino (Gabriele Balestrazzi)

    Rispondi

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