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IL DISCO

Quell”anti-italiano” del Signor G.

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Quindici anni fa, a pochi giorni dalla sua scomparsa, avvenuta il primo gennaio 2003, usciva “Io non mi sento italiano”, ultimo lavoro in studio di un artista che ebbe una carriera inimitabile: Giorgio Gaber. Bando alle chiacchiere, dunque, perché sarebbe addirittura riduttivo ripetere quanto era bravo, profondo, umano, etc. etc. il “Signor G”. Gaber era infatti un grandissimo. Cantautore, poeta, uomo di teatro, autore, comunicatore, istrione, polemista. Estroverso e scatenato. Acuto e modesto. Faceva godere e anche arrabbiare (moltissimo la sinistra, la “casa” da cui proveniva). Questo può bastare, “e più non dimandare” direbbe il Sommo poeta. E il Sommo G., nel suo ultimo lavoro in studio, scritto con il fedele compagno di viaggio Sandro Luporini, non smette di provocare, stupire e far pensare. A partire dal pezzo che dà il titolo all'intero album. E' il patriottismo declinato da Gaber. Che si presenta come “anti-italiano”, ma fino a prova contrario. Sicuramente finché qualcuno non mette in dubbio ciò che veramente dovrebbe rappresentare il Belpaese. “E allora qui mi incazzo - sbotta Gaber -, son fiero e me ne vanto, gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento”. E, alla fine, lui milanese con ascendenze goriziano-slovene (il cognome vero era Gaberscik), ammette che, sì, in fondo essere italiano è una fortuna. “Io non mi sento italiano” è a suo modo un inno. Ruvido, dissacrante. Ma pieno di passione.

L'album, composto da altri cinque brani inediti, da tre canzoni dello sterminato repertorio, tra cui la struggente “Il dilemma”, e un monologo. Ha ovviamente diverse perle, a partire da “Il tutto è falso”, manifesto contro un pensiero unico che, per dirla con parole sue ne “L'obeso” (album “La mia generazione ha perso” del 2001), “è sempre più presente”. Gaber non si nasconde, va come sempre dritto al cuore quando dice: “C'è qualcuno che pensa di affrontare qualsiasi male, con la forza innovatrice di uno stato liberale. Che il mercato risolva da solo tutte le miserie e che le multinazionali siano necessarie”. Bastona a destra e a manca - par fare il paio risentire l'illuminante monologo “Qualcuno era comunista” -, il signor G. e, da cinico antico, morde vizi, difetti e ipocrisie. Tra gli inediti anche “Non insegnate ai bambini”, dove invita a risparmiare almeno i più piccoli dalla morale dominante, la senza speranza “I mostri che abbiamo dentro”, l'ironica “Il corrotto” in cui Gaber pare fare il verso addirittura a se stesso quando cantava “Shampoo” e “La parola io” che “è uno strano grido che nasconde invano, la paura di non essere nessuno”.

Chi non avesse mai ascoltato “Io non mi sento italiano”, magari i più giovani, colmi questa lacuna. E poi si ascolti tutti gli altri lavori del Signor G. Non sarà tempo sprecato.

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  • marco

    30 Giugno @ 13.14

    "Io se fossi Dio maledirei davvero i giornalisti e specialmente tutti che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene. Compagni giornalisti avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano." G.Gaber

    Rispondi

  • marco

    30 Giugno @ 13.11

    "E se al mio Dio che ancora si accalora gli fa rabbia chi spara gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque se gli ha sparato un brigatista diventa l'unico statista. Io se fossi Dio quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana è il responsabile maggiore di vent'anni di cancrena italiana. Io se fossi Dio un Dio incosciente, enormemente saggio c'avrei anche il coraggio di andare dritto in galera ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella faccia che era." G.Gaber

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