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Stephen Medcalf: "Un Falstaff molto elisabettiano per il Farnese"

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 Elena Formica

Come stipare in questa "O" di legno pur solo gli elmi che tanto terrore sparsero per il cielo di Agincourt»? Con queste parole, nell’Enrico V, William Shakespeare cita - così vuole la tradizione - il famoso Globe, il teatro di legno a forma di «O» eretto a Londra nel 1599 e demolito, dopo le fiamme e la ricostruzione, nel 1642. Destino a volte glorioso, ma spesso precario, quello del legno che si fa teatro. «Alcuni sperduti rumori esterni, che vagano con uno smarrito raggio di sole, sono velati e tristi (...); se mai gli spiriti recitano commedie, essi recitano le loro in questo palcoscenico da fantasmi». Charles Dickens, in Pictures from Italy, così descriveva nel 1846 il Teatro Farnese di Parma, andato in rovina dopo lungo abbandono. La splendida «U» di legno progettata dall’Argenta all’inizio del Seicento era diventata un’inquietante platea di ombre. Poi altri disastri e il bombardamento del 1944. Con un restauro, fra il 1957 e il 1965, si salvò il salvabile. Dalla Londra elisabettiana alla Parma dei Farnese, goal del Festival Verdi su gran tiro di Shakespeare: questa sera, grazie a una vera messa in scena operistica, tornerà a nuova vita il Teatro Farnese. In programma l’ultima opera di Giuseppe Verdi - Falstaff - tre atti di puro genio ispirati a Le allegre comari di Windsor e all’Enrico IV (parti I e II) di William Shakespeare. «Falstaff è la più grande collaborazione mai esistita fra cultura inglese e cultura italiana», sentenzia quel gentleman risoluto che è Stephen Medcalf, passaporto britannico, regista di fama internazionale che a Parma aveva già lavorato in Manon Lescaut e Die Zauberflöte. Fantastica sul Farnese, obviously, Mister Medcalf. Sogna di allagarne la platea come nelle antiche naumachie e rappresentarvi l’Otello di Verdi. Intanto, però, deve sottilmente esercitare l’ingegno su Falstaff, annusando Shakespeare e odor di legno. «Siamo una squadra tutta inglese - spiega il regista -, con me lavorano Jamie Vartan per scene e costumi e Simon Corder per le luci. Non c'è niente, nell’allestimento di questo Falstaff al Farnese, che non fosse realizzabile anche nel teatro di 400 anni fa. Intendo dire che non abbiamo fatto nulla che non si potesse fare anche nel Seicento in un teatro come il Farnese, di pochi anni successivo al Globe; solo le luci costituiscono un elemento tecnologico attuale. Sicché è un Falstaff molto elisabettiano nella messa in scena, e credo pure molto shakespeariano nel considerare i nessi con le due parti dell’Enrico IV e con The merry wives of Windsor. Inoltre non mancano spunti derivati da Ser Giovanni Fiorentino, che del resto sono ben presenti anche nel libretto di Boito per Verdi». Nell’atmosfera di Windsor è immerso questo Falstaff: «Sì - conferma il regista -, ho voluto che si vedessero le case, le strade e il parco del mondo piccolo rappresentato da Windsor. Ho adottato soluzioni semplici e antiche, suggestive credo, comunque non di impianto realistico. Windsor è una comunità borghese, con caratteri borghesi: i protagonisti, a parte Falstaff, sono persone di mezza età, commercianti oppure donne con mariti noiosi e legati ai soldi. L’arrivo di Falstaff, una figura così tanto più grande di loro, rompe un equilibrio e crea eccitazione, specie fra le donne. Nel Falstaff verdiano si ravvisano i tratti psicologici del grande Falstaff dell’Enrico IV - dissoluto, mentitore, tracannatore, ma anche uomo di battaglia e assai prossimo agli affari della Corona - inseriti nella trama borghese delle "Merry wives". Ho quindi ideato uno spettacolo molto leggero, apparentemente semplice e con tempi rapidi: i cambi scena, ad esempio, non durano più di un minuto. E’ una regia fatta di dettagli, di ritmo, nella quale il personaggio di Falstaff emerge per la sua intelligenza, per la parola sagace, per l’autoconsapevolezza di essere il vero motore degli scherzi che gli altri credono di tendergli e che, invece, sono la burla stessa della loro vita. E’ un Falstaff anziano e un po' depresso, persino commovente. Ma un Falstaff autenticamente verdiano per spirito e umanità».

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