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Cinema recensioni - Miracolo a Sant'Anna

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di Filiberto Molossi


C’è un cartello sulla strada che porta al mare: dice Sant’Anna e sembra che ancora bruci. A un giro di sterzo, in salita, lasciando l’Autocisa che indifferente corre fino in spiaggia: è laggiù, dietro l’angolo, il luogo dell’eccidio. Ed è lì che lo «vedi», come se ti aspettasse da allora. Il silenzio. Che è dappertutto, padrone di ogni cosa. Come se a Sant’Anna, a quel paesino incastonato suo malgrado nella Storia, i nazisti gli avessero strappato di forza anche la voce quel maledetto 12 agosto del ’44, l’avessero lasciato, di fronte all’orrore, muto e immobile. Chiuso nella parentesi graffa del tempo che resta: prima che si svegli, dal suo sonno eterno, l’uomo che dorme.
Quella strada, la strada per Stazzema, Spike Lee l’avrà fatta cento volte almeno: eppure perde l’orientamento, sbanda nelle curve molli della memoria, mette dentro al suo altri mille film, mentre affronta senza artificieri il campo minato delle suggestioni artefatte. Di Sant’Anna (elemento chiave per arrivare ad altro) c’è poco e di miracoli ancora meno: più fiaba mistica che rievocazione storica, l’ultimo, discusso, lavoro del grande regista del «La 25ª ora» e «Inside man» mischia in ordine sparso storia e superstizione toccando le corde stonate di un sentimento didascalico dove la frase fatta vale più di quella da fare.
Retorico e confuso, anche se a tratti molto efficace, come nelle sequenze dei combattimenti - dove c’è più fango, paura e smarrimento che non gloria e onore, parole che la cecità dell’odio ha ormai svuotato di senso -, «Miracolo a Sant’Anna» è un pasticciato war movie afroamericano che va (molto) oltre le polemiche sulla Resistenza che in questi giorni hanno riempito le prime pagine dei giornali, per moltiplicare invece i temi e i flashback nel seguire le vicende di quattro soldati americani della divisione Buffalo, composta esclusivamente da militari di colore, rimasti tagliati fuori dalla loro compagnia durante uno scontro a fuoco - nell’estate del ’44 -, con i nazisti in Toscana. Trovato rifugio in un paesino, i quattro entrano in contatto anche con alcuni membri della Resistenza: non prima di salvare un bambino che nasconde un terribile segreto…
La tragedia della guerra civile che infuria tra partigiani e fascisti («che differenza c’è tra noi e loro davanti a Dio?»), comandanti tedeschi che leggono le poesie di Pascoli, il desiderio di giustizia (e di vendetta) che sopravvive a qualsiasi armistizio: tra una citazione di John Wayne (l’esempio da cui Lee vuole allontanarsi) e un’atmosfera alla «Dust» (la sfortunata pellicola di Milcho Manchevski), «Miracolo a Sant’Anna» è però soprattutto un film omaggio (come lo fu, a suo tempo, «Glory») dedicato a quei soldati che nemmeno indossando la stessa divisa e combattendo la medesima guerra potevano sentirsi uguali all’uomo bianco.
Fatalista, girato bene, compassionevole - come quando unisce nella stessa preghiera i destini, precipitati nella medesima follia, di cuori che battono sotto diverse bandiere -, il film (interpretato da attori americani sconosciuti chiamati a interagire con alcuni volti noti, come Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Luigi Lo Cascio e Omero Antonutti, del nostro cinema) non riesce però a strappare l’ingombrante sipario del melodramma  marciando, afflitto non poco da un assurdo doppiaggio che annulla toni e colori (ma com’è possibile che un toscano del’44 che forse non ha mai nemmeno visto Firenze e un nero di Harlem  si capiscano alla perfezione…?), verso un pessimo finale. D’altra parte, si sa: ai santi i miracoli riescono sempre. Ai registi, invece, solo ogni tanto.

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  • oscar abelli

    13 Ottobre @ 03.16

    VERGOGNA!VERGOGNA! VERGOGNA! ECCO CHE FINALMENTE ESCE UN FILM ONIRICO , BELLISSIMO, PROFONDO, Sì CON QUEL GIUSTO SURREALE ( NON E' TV7 O UN DOCUMENTARIO), GLI ATTORI TUTTI BRAVISSIMI ED ECCO CHE C'E' IL SOLITO CRITICO CHE SPARA A ZERO$$$... MA ANDIAMO!!! NOI ITALIANI NON SIAMO IN GRADO DI CONCEPIRE UN FILM COSì ! SIAMO TROPPO COINVOLTI: POLITICA E INTERESSI ANCORA VIVI SULLA RESISTENZA, DOVEVA ARRIVARE UN AFROAMERICANO ( PERALTRO SE TU ,CRITICO, ALMENO AVESSI CITATO I DUE ITALIANI AIUTO REGISTI!)LONTANO ANNI LUCE DA QUEL MONDO E QUEGL'ANNI MA CHE SI E' CALATO COMPLETAMENTE , IMPARANDO SENZ'ALTRO DAI NOSTRI GRANDI DI PRIMA: DE SICA..., INVENTANDO UNA RIVISITAZIONE AFFASCINANTE PIENA DI GRANDI COLPI DI SCENA , FANTASIA, EMOZIONE, GRANDE FOTOGRAFIA, MUSICA!!!!!ATTORI SUPERBI, PERCHE' DOVEVANO METTERE IL VERISMO ANCHE X LA LINGUA INGLESE E IL TOSCANO? NON E' MICA UN FILM DI FOLCO QUILICI!! SVEGLIA E VERGOGNA , ALTRO CHE RETORICO! QUA IL RETORICO E' QUEST'ASSURDA CRITICA DA TAGLIALEGNA , QUESTO E' RETORICO , SPIKE LEE E' UN GENIO E IL RESTO COME DICE L'AMICO ROMANO...E ' NOIA!

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