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Il teatro puro di Jean Cocteau: una donna straziata "appesa" al filo del telefono

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La voce trattenuta, come a contenere un dolore compresso: le parole che escono con fatica, stancamente, spezzate e interrotte come quella linea telefonica che «è caduta» e che scandisce con i suoi capricci il ritmo a singhiozzo del dramma. E’ «La voce umana» di una dolente Mascia Musy, nella sua lunga camicia da notte bianca priva di sensualità sulla quale indossa in fretta un cappotto, a ingaggiare questo match di sofferenza al telefono, con un interlocutore mai vivo e presente, che amplifica la sua immensa solitudine. In cinquantacinque minuti il feroce atto unico di Jean Cocteau, diretto da Walter Le Moli in questa nuova produzione di Fondazione Teatro Due che ha debuttato giovedì sera in occasione dell’8 marzo, affida al telefono il compito di straziare la sua protagonista, che si presenta già stesa a terra nella scena iniziale, di farla «perdere sangue come una bestia ferita» come indica l’autore stesso in didascalia, fino a strozzarla con quel filo a cui tiene appesa tutta la sua esistenza. La fine di un amore al telefono, «teatro puro» di Cocteau ieri come oggi attuale, come sottolinea la regia in un continuo gioco di rimandi dal filo della cornetta a quello più moderno dell’auricolare del cellulare, è lo specchio di un’esasperazione della solitudine nella vita sempre più tecnologica e mediatica, dove non ci si vede più direttamente e non c’è più «lo sguardo che può cambiare tutto». L’allestimento ci mostra una camera da letto in bianco e nero, dove l’ombra della protagonista (o del suo interlocutore, che è poi sempre se stessa) giganteggia su una parete. Ma siamo anche in una sala teatrale, oggi, come ci ricorda la quinta sfondata che mostra il retro della scena,  o il divieto di fumare imposto alla protagonista, o quel trillo di cellulare tutto contemporaneo che gioca inizialmente con l’equivoco che qualcuno dal pubblico abbia davvero dimenticato di spegnere il proprio telefono. E Mascia Musy, nella sua intensa prova d’attrice, è nel finale vittima e regista del proprio dolore, gridando quel «Taglia!» che è sia un invito al boia a ucciderla col filo del telefono divenuto ghigliottina che ad abbassare le luci su quel dramma in cui tutti possiamo riconoscerci.
 

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