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Più Barbera che champagne

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 Filiberto Molossi

Provaci ancora, Alberto. «Licenziato» senza giusta causa dieci anni fa dall’inutile ministro Urbani, Barbera (accompagnato da uno strascico di curiosità che nemmeno il ritorno di Zeman alla Roma) si riprende Venezia, pronto a recuperare il tempo perduto.
 Il neo-vecchio direttore risale in gondola con due mission (se impossibili o no decidetelo voi) da realizzare: non fare rimpiangere Marco Müller (chiamato a rivitalizzare l’agonizzante Festival della capitale dopo un apprezzato regno in Laguna lungo 8 anni) e - soprattutto - invitare al gran ballo un’arzilla signora di 80 anni (ma ne dimostra e ne dichiara non più di 69, come le edizioni fin qui andate in scena...), colta, esigente e curiosa di tutto. 
Nata nel '32 da un’intuizione felice assai, la Mostra del cinema, cambiato timoniere, apre oggi il sipario con la voglia (matta, si intende) di stupire anche gli scettici. Messa a dieta rigorosa (le grandi abbuffate di film degli anni scorsi sono un ricordo), più snella sia nel concorso che nelle sezioni collaterali, Venezia 2012 più che di tutto e di più cerca il meglio ovunque, preferendo (almeno nelle intenzioni) gli autori ai lustrini, le provocazioni ai compromessi. Grande cinema per molti se non per tutti, adatto a soddisfare anche i palati più sofisticati: con l’obiettivo, parola di Barbera, di fornire «una lettura originale del reale», là dove forse nemmeno il grande schermo può salvare il mondo, ma di sicuro può aiutarci a capirlo meglio.
 Con la crisi economica e morale a fare da filo conduttore, ecco allora l’imporsi delle storie scomode, delle scelte coraggiose, dei film che fanno discutere (e molto) ancora prima di uscire in sala. Come i tre italiani in gara, a partire dalla «Bella addormentata» di Bellocchio, con cui il regista piacentino racconta l’eutanasia di un Paese - il nostro - attraverso gli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro. Oppure l’atteso «E' stato il figlio» di Ciprì, storia di una famiglia che dilapida in un’auto di lusso il risarcimento dello Stato per la morte della figlia più piccola, colpita da un proiettile vagante. E ancora, l’Italia giovane e precaria di «Un giorno speciale» della Comencini (Francesca), che suggella l’incontro tra l’autista di un onorevole e un’aspirante velina. 
Film che parlano al presente in una Mostra che cammina in bilico sulle contraddizioni e affonda la lama in ferite mai rimarginate: vedi ad esempio, il problematco «The reluctant fundamentalist» di Mira Nair, chiamato stasera a inaugurare la kermesse, dove la regista indiana racconta la parabola di un giovane professore pakistano segnato dall’11 Settembre e dagli orrori del pregiudizio. Un inizio forse senza botto, ma che spalanca le porte a una rassegna piena di maestri e di giganti provenienti da tutti i continenti: in concorso infatti un dio del cinema come l’invisibile Terrence Malick, perso nelle profondità del sentimento a due anni dal monumentale «Tree of life»,  il coreano Kim Ki-duk alle prese con la storia, feroce, di uno spietato «caporale» degli usurai che incontra la madre che non ha mai conosciuto, il post sessantottino Assayas, gli outsider di lusso Mendoza e Bahrani, il duro Kitano.
 Ma anche, in una Mostra che ha ritrovato il feeling con l’America, lo scandaloso De Palma con una storia di passione/dominazione lesbo (che fa il paio con l’erotico e vampiresco «Kiss of damned» della figlia di Cassavetes che chiude la Settimana della critica) e l’atteso «The master» di Paul Thomas Anderson (quello di «Magnolia»), che rievoca la nascita di Scientology (senza mai citarla) girando un film potente in 70 millimetri (formato grandioso che nessuno usa più...). Roba da fare andare in brodo di giuggiole il presidente di giuria Michael Mann.
 Non vi basta? Allora, tra un Leone d’oro al grande Francesco Rosi e l’ultra pop e trasgressivo «Spring breakers», ci si può divertire cogliendo le rose dei tanti giardini del Lido: dall’esordio alla regia di Lo Cascio nella Settimana della critica ad «Acciaio», tratto dal best seller di Silvia Avallone e presentato nelle «Giornate degli autori», la sezione più ribelle e spesso intrigante del Festival, da un Redford che fa i conti col passato alla doppia vita del protagonista di «The iceman», padre e killer esemplare, dalle (belle) scommesse di «Orizzonti» fino ai giovani di Zaccaro (tra sogni e bisogni) e a «La sedia elettrica», il documentario di Monica Stambrini che segue il parmigiano Bernardo Bertolucci nella lavorazione di «Io e te».
 Il tutto sulle note di una splendida colonna sonora: da vedere e ascoltare infatti i film che Jonathan Demme e Spike Lee dedicano rispettivamente a Enzo Avitabile e Michael Jackson, in attesa che in Laguna sbarchi anche Francesco De Gregori. Il tutto condito, seppure con austera compostezza, dalle serate in smoking, dalle feste, dalle passerelle e dalle bollicine. Barbera sì, ma anche champagne.  
 

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