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La sinfonia di Mahler è tragica ma l'inaugurazione della stagione della Toscanini è una festa

La sinfonia di Mahler è tragica ma l'inaugurazione della stagione della Toscanini è una festa
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  Avevamo già ascoltato Kazushi Ono, alcuni anni fa, in occasione di uno dei suoi primi ‘ritorni’ a Parma, confrontarsi con Mahler, quello della Prima Sinfonia nella quale si può già intravedere la stupefacente prefigurazione di quel cammino tracciato dal compositore boemo, tra i più originali e problematici che conducono verso la ‘modernità’, nell’ambiguo rapporto col passato nutrito di allarmanti premonizioni. 

Cammino per la verità assai più tormentato rispetto all’illuminante esordio come lascia intendere l’ampia progressione del grande ciclo delle dieci Sinfonie, sospinto da aspirazioni e da cadute, da illusioni e da compianti, termini di una soggettività oltremodo acuita nel modo di guardarsi dentro come pure nel tentare utopisticamente di esorcizzare il dolore universale con un’ideale di bellezza; motivi che si incarnano in una lingua musicale diversa da quella dei suoi contemporanei in maniera contrastante, ambivalente anche, ciò che spiega le molte incomprensioni e il ritardo di quell’affermazione che oggi ha avuto il suo contrappasso tracimando addirittura in una vera e propria ’moda’; benvenuta, in ogni modo.
 Per dire come tra le premesse della Prima sinfonia e la Sesta si apra un abisso, angoscioso, nel senso di come quella fermentante fantasia che pervadeva la prima parte del cammino, tutto in ascesa, ora appaia incupita, aspra, nello stesso riaffiorare di ricordi la cui malìa nostalgica viene subito travolta dalla pressione di una lingua convulsa, oltremodo intrecciata. Una sinfonia tragica, appunto, come lo stesso Mahler la definiva. E proprio la particolare complessità del tessuto apre un interrogativo quanto mai arduo per l’interprete, chiamato in gioco dall’imprevedibilità del linguaggio, nella Sesta particolarmente istigante, quanto dalla suggestione del ‘contenuto’ emozionale, che sono poi i termini offerti dall’arco differenziatissimo dell’interpretazione mahleriana, dal viscerale coinvolgimento del geniale Bernstein alla lucidità radiografica di un Boulez.
 Entro tale prospettiva Kazushi Ono si è mosso con una positività ben determinata, sorretta dall’impegno di attivare una compagine, per l’occasione straordinariamente allargata, che con Mahler non si cimenta tutti i giorni e tuttavia è risultata sensibilmente prensile nel rispondere alla visione del direttore. Visione, si diceva, sollecitata dalla stessa crudezza del materiale sonoro entro cui i rari momenti melodici vengono vanificati da gesti rabbiosi, digrignanti persino, movenze alle quali Ono ha inteso dare un senso coerente nella continuità dell’immensa tela, con un’immanenza di indubbia tensione comunicativa; un tener sempre i piedi ancorati a terra che forse ha comportato la rinuncia a quel colore livido che aleggia su questo arduo capolavoro. La serata si era aperta nel nome di Mozart, con uno dei Concerti più affettuosamente lirici come quello in la maggiore K.488, solista il giovane Javier Perianes, pianista di trasparente sensibilità nel modo di fraseggiare, di toccare il tasto, di controllare il suono, come ha pure lasciato intendere nella Mazurka fuori programma delibata con finezza; interprete ideale per tradurre un profilo mozartiano non puntigliosamente stagliato quale troppo spesso si ascolta ma affettuosamente conversativo, come quello del Concerto in la maggiore dove il filtrato gioco teatrale che Mozart rivive nei suoi Concerti si fa più trepido, intimamente lirico nella circolarità che si stabilisce tra il pianoforte e gli altri «personaggi» dell’orchestra, i fiati in particolare; gioco che l’altra sera, complice anche l’acustica (ma non ne parleremo più!) che dava a questi un’evidenza preponderante, lasciava il solista prevalentemente in ombra. Auditorium esaurito, pubblico entusiasta, gran festa per tutti.g.p.m.  
 
(La foto è di Luca Trascinelli)

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